Italiani “invasi” dal made in China. Anche il Natale arriva da Shanghai

Quest’estate il meglio del made in Italy – cibo, fashion, cosmetici e design – è stato protagonista della quarta edizione della China-South Asia Expo (Csa Expo) ma, mentre attendiamo che i cinesi si convincano della maestria degli artigiani e delle imprese italiane, l’invasione di prodotti made in Cina a basso costo ha del tutto soppiantato in Italia la produzione artigianale delle pmi, finendo con l’uccidere mercerie, negozi di “casalinghi” e di giocattoli, ormai sostituiti dai megastore cinesi. Forbici, aghi, bottoni, penne, grattugia, pentole, candele: non si trova più uno di questi prodotti che sia stato realizzato in Italia.
“Volendo – ha scritto Dario Di Vico sul Corriere – le merci si possono raggruppare in due categorie: da una parte quelle che i cinesi producono in regime di sostanziale monopolio e dall’altra la fascia bassa di prodotti che l’Italia sforna ancora ma solo nella gamma alta (due esempi su tutti: occhiali da sole e caffettiere). Tra i tanti effetti della globalizzazione c’è anche questa sorta di informale divisione internazionale del lavoro che ha finito per penalizzare più di altri Paesi la piccola industria italiana“. Il costo dei prodotti – continua il Corriere – “non supera mai i 10 euro, la maggior parte è addensata sotto i 5. Il nastro adesivo per pacchi costa un euro, il guinzaglio per Fido costa 2 euro (una ditta italiana si ostina a produrlo ma lo vende a 15 euro), la grattugia 4, un set di forchette/coltelli/cucchiaini 2, un thermos 4, un ombrello a 4, il portamonete 2, la soletta per le scarpe anche 0,90. È il trionfo dell’usa e getta”.
Un tempo si acquistava un buon prodotto italiano perché durava molto, confidando nella qualità: oggi la repentina deperibilità del prodotto acquistato è accettata da tutti in virtù dei prezzi molto bassi, con i quali gli artigiani italiani non sono in grado di competere.

I cinesi insidiano anche fette di mercato fino a pochi anni fa stabilmente presidiate dagli artigiani italiani, come il settore del calzaturiero del Brenta. Come ha denunciato la Cna “dal 2009 al 2015 le imprese a titolare cinese delle province di Padova e Venezia sono aumentate del 40,6%, mentre quelle a titolare italiano sono diminuite del 12,6%. E’ quindi in atto una vera e propria sostituzione che non può non fare pensare a quanto avvenuto a Prato nel tessile. Ne sono vittime imprese italiane che non hanno potuto reggere l’urto della concorrenza sleale: in sei anni ne sono state perse 77”. E che dire dell’invasione di prodotti natalizi, ormai tutti quasi interamente (dall’albero agli addobbi) fabbricati in Cina? fece scalpore anni fa la notizia che a Yiwu, una città cinese a circa 300 chilometri da Shanghai, c’è un complesso industriale che ospita circa 600 aziende che producono da sole – come ha scritto The Guardian – il 60 per cento delle decorazioni natalizie mondiali e il 90 per cento di quelle cinesi. Il complesso, che viene considerato il centro commerciale più grande del mondo, vende oggetti natalizi a moltissimi rivenditori esteri, dall’America all’Europa e al nuovo enorme mercato della Russia. Tutti gli oggetti sono fatti a mano da lavoratori che guadagnano tra il 160 e i 250 euro al mese per 12 ore di lavoro giornaliere.

Cosa possono fare allora le piccole e medie imprese per recuperare terreno? Puntare sull’export verso i paesi emergenti. Le stime sono confortanti: +48% entro il 2017, per un valore di 136 miliardi di euro ed un incremento di 44 miliardi.In particolare risultano più attraenti per i nuovi ricchi di Cina, India, Brasile e Russia (ma anche Polonia e Turchia) i prodotti BBF (belli e ben fatti), definizione che “riguarda un preciso segmento di mercato: prodotti di fascia medio-alta, ma non ancora di lusso, dei settori alimentare, abbigliamento e tessile-casa, calzature, arredamento. Un sottoinsieme del Made in Italy che valeva 51 miliardi di euro a fine 2011, pari al 14% delle esportazioni manifatturiere totali italiane. Il 36% viene dall’alimentare, il 32% dall’abbigliamento e tessile casa, il 14% dalle calzature e il 18% dai beni d’arredo”.

Sì, è vero, c’è un aspetto paradossale che emerge da questo quadro: gli italiani comprano prodotti scadenti dai cinesi (complice anche la crisi che si è acuita in particolare dal 2011) mentre all’estero i benestanti cinesi si permettono il lusso del prodotto italiano certificato. Quando parliamo di globalizzazione, parliamo anche di questo.