In un romanzo lo scontro di civiltà tra colonialisti in terra d’Angola

Accanto a un nucleo di validi autori italiani la maggior parte dei romanzi storici che arrivano nelle nostre librerie provengono da scrittori di lingua inglese, molti dei quali per la verità sono ambientati nell’antica Roma sulla scia dell’infinita onda lunga iniziata nel 2000 con il successo sul grande schermo del Gladiatore di Ridley Scott. In conseguenza della sudditanza di cui l’Italia soffre nei confronti della cultura anglosassone sono invece ancora troppo poche le ambientazioni provenienti dai paesi latini, come il Portogallo e la Spagna. Con lodevoli eccezioni fra le quali ricordiamo i portoghesi Miguel Sousa Tavares (L’equatore, Beat 2011 e Il Fiume dei Fiori, Cavallo di Ferro 2008) e Tiago Rebelo (Il tempo degli amori perfetti, Beat 2012) e per la Spagna i sette volumi della saga di Alatriste (Salani e Tropea 2001-2012) di Arturo Pérez-Reverte ambientata nell’Europa del XVII secolo e della quale nel 2006 è stata fatta una bella riduzione cinematografica (Il destino di un guerriero).

Ben ha fatto dunque la casa editrice Lindau di Torino a proporre ora ai lettori italiani il romanzo La Regina Ginga dello scrittore angolano, figlio di padre portoghese e madre brasiliana, José Eduardo Agualusa (pp.214, €17). La storia è ambientata tra il Brasile e l’Africa grossomodo nella stessa epoca in cui si muove l’eroe dei libri di Pérez-Reverte. Dal 1580 al 1640 la corona portoghese fu assorbita da quella spagnola e i suoi più agguerriti rivali del momento, gli Olandesi, ne approfittarono nel 1630 per invadere gli sguarniti domini portoghesi, occupando il nordest del Brasile. Dopo i successi iniziali gli invasori protestanti vennero contenuti e costretti in un territorio sempre più limitato intorno alla città di Recife, nel Pernambuco, che avevano scelto come loro capitale e che nel 1654 dovettero abbandonare definitivamente.

In quegli anni regina Ginga MBandi era a capo di uno dei diversi regni tribali che si trovavano fra l’Angola e il Congo, regioni dalle quali i portoghesi traevano gli schiavi destinati a lavorare nella colonia brasiliana. Ginga, come gli altri re tribali, teneva in schiavitù i nemici sconfitti in battaglia e senza problemi li avrebbe venduti al Portogallo. Non tollerava però che la potenza europea avesse insediato un avamposto nelle sue terre allo scopo di catturare i suoi sudditi per incrementare il traffico negriero. Per questo l’energica regina entrò in conflitto con il governatore portoghese insediato a Luanda e nella sua zona costiera. Il controllo portoghese su tutta l’Angola si avrà infatti soltanto all’inizio del XX secolo. Gli interessi di Ginga coincidevano pertanto con quelli Olandesi che nel 1641 occuparono Luanda per essere ricacciati in mare sette anni dopo. Anch’essi, in ogni caso, erano a caccia di schiavi da impiegare oltreoceano per la lavorazione della canna da zucchero.

Questo lo scenario del romanzo, il cui protagonista non è però la regina, ma un giovane prete cresciuto nel Pernambuco, Francisco José da Santa Cruz, che viene mandato a svolgere il suo servizio in Angola, dove diviene segretario di Ginga. Il contatto con l’Africa manda in frantumi la sua fede già vacillante e una vita avventurosa lo attende, compreso il ritorno a Recife per una delicata missione per conto della regina africana presso il governatore della «Nuova Olanda» Maurizio di Nassau.

Nel libro di José Eduardo Agualusa  la ricostruzione del nordest brasiliano non mancherà di affascinare il lettore. Tuttavia l’autore mostra una spiccata  preferenza per i fiamminghi, espressa rimarcando più volte la loro tolleranza verso gli ebrei convertiti e i musulmani mentre viene lasciato nell’ombra l’altrettanto radicato fondamento schiavistico della società olandese dell’epoca.