Hong Kong al voto: cresce la voglia di allontanarsi dal giogo di Pechino

Il clima che accompagna il voto di oggi a Hong Kong per il Consiglio legislativo, il “Parlamentino” autonomo da Pechino – nel quale però hanno una maggioranza i gruppi favorevoli al controllo della madrepatria e alla politica del Partito comunista cinese verso l’ex colonia britannica – è di grande incertezza. La frammentazione della scena politica, come pure l’entusiasmo e la partecipazione sono evidenti, ma mai come in questa campagna elettorale si è accentuata la spinta allo “strappo” con Pechino, che ha spinto quest’ultima a lanciare una serie di avvertimenti, si legge su “Avvenire“.

Fermento per le elezioni a Hong Kong

Le elezioni che chiamano alle urne 3,5 milioni di aventi diritto, potrebbero per molti osservatori rappresentare, per una serie di ragioni, un momento di forte cambiamento. Grande è il numero di candidati che puntano a conquistare i 58 seggi disponibili su 70, mentre il 20 per cento dei parlamentari anziani va verso il ritiro: dunque sarà anzitutto un ricambio generazionale. Il risultato sarà determinante anche in vista delle elezioni, nel marzo 2017, del nuovo capo del governo, appuntamento al centro delle massicce proteste e delle occupazioni dell’autunno 2014 che hanno cercato di forzare la mano a Pechino nel senso del suffragio universale per liberi candidati. Senza successo, ma chiarendo alla leadership comunista cinese (e ai suoi referenti e associati locali), che la situazione è cambiata e alternativa a una autonomia sempre più erosa potrebbe essere l’indipendenza. Una strada rischiosa, che è in parte incentivata dal timore che una economia e una società gestite dai potenti della finanza e dell’imprenditoria connessi agli interessi di Pechino portino a un degrado delle condizioni di vita e a una limitazione delle possibilità di crescita individuali e collettive. La preoccupazione per i casi di rapimenti di editori e scrittori, le minacce crescenti verso l’informazione, avranno sicuramente un peso oggi, nel senso di accogliere il messaggio intimidatorio per alcuni e di reagire nel segreto dell’urna per altri.

I “localisti” in vantaggio: sognano una separazione da Pechino

La richiesta della Commissione elettorale che i candidati firmassero una dichiarazione dell’inseparabilità di Hong Kong dalla Cina, ha indicato chiaramente pressioni esterne sulla politica locale. Indipendentemente da come i giudici decideranno sui ricorsi dopo che sei candidati sono stati tolti d’ufficio dalle liste in base a regole decise solo 48 ore pruna dell’avvio della campagna elettorale, altri si sono fatti spontaneamente da parte. Addirittura, un candidato indipendentista, Ken ChowWing-kan del Partito liberale, ha abbandonato la competizione temendo per la sicurezza di chi gli sta vicino e segnalando che le minacce che gli venivano rivolte provenivano da fuori Hong Kong, da fonti «ancora più potenti dell’Ufficio di collegamento cinese e delle organizzazioni criminali locali, le Triadi». Tutti i sondaggi sono concordi nell’indicare un ulteriore indebolimento dei Pan-democratici, favorevoli alla conservazione di principi democratici e liberali garantiti nella Legge base, la Costituzione locale, ma sempre più erosi nei fatti. Potrebbero scendere a 11 seggi dai 18 attuali, con un parallelo e forse superiore aumento dei “localisti”, ovvero di coloro che con varie sfumature propugnano una separazione politica da Pechino con rischi di tensioni locali, magari incentivate, ma anche di vera repressione se la loro linea dovesse diventare un serio rischio per la leadership cinese.