I social fanno opinione. Ma è il momento di invertire la tendenza

Che belle le discussioni nelle piazze di quartiere a commentare i titoli dei giornali. Che belli i silenzi nei bar di paese ad ascoltare le tribune politiche in bianco e nero.

Accompagnati dagli enfatici intercalari: “è scritto sul giornale”, “l’ha detto la televisione”. Come ad ammantare di verità assoluta quanto riportato da quei mezzi di comunicazione di massa. E certo, si poteva essere d’accordo o meno con quanto letto o ascoltato, ma sostanzialmente si discuteva di notizie, di informazioni, provenienti da fonti autorevoli.

Preistoria. Ora tv, radio e quotidiani fanno opinione molto di rado. Perché con i social network il mantra è diventato “l’ho scritto su facebook” o (ma già sta passando di moda) “l’ho twittato”. Ognuno è divenuto filosofo (da tastiera) di se stesso. Ognuno può autopubblicarsi sulla propria bacheca. E questo, per molti, basta ad annullare psicologicamente ogni barriera con chi, magari, è più titolato ad esprimere giudizi di merito su determinate questioni.

Siamo alla  frammentazione del processo di formazione dell’opinione pubblica. Potremmo dire che oggi è in corso un fenomeno pubblico di formazione, e relativa autocondivisione, dell’opinione privata. Con tutto ciò che ne comporta. Perché se ognuno può dire tutto, nessuno è legittimato a dire niente. E può succedere che “animali” da social network, illustri inetti e sconosciuti nella vita di tutti i giorni, assurgano, grazie a migliaia di fan fomentati dalle spinte centrifughe della contestazione fine a se stessa, a portatori di un pensiero distruttivo che non poggia su niente. Social e video blogger, ma anche sedicenti politici, che, con un linguaggio colorito e spesso logicamente incomprensibile, dicono tutto ed il suo contrario, mietono impetuosi esponenzialmente più like di studiosi ed esperti di settore, pur trattando degli stessi temi. È la democrazia 2.0, bellezza? A me sembra, piuttosto, l’interruzione e disgregazione definitiva di una millenaria evoluzione del pensiero. E, allo stato, si tratta di un processo irreversibile ed ineluttabile, in cui temo che il peggio deve ancora palesarsi. Le conseguenze si manifestano in tutta evidenza, ad esempio, nel trionfo, nelle consultazioni elettorali, dei messaggi disgreganti e radicali. Perché, in fondo, nell’anarchia totale che regna sui social network, l’insieme dei messaggi distruttivi prevale nettamente sui ragionamenti e sulla diplomazia.

Un Grillo, un Salvini, tanto per restare nei confini di casa nostra, non avrebbero avuto modo di sfondare se non avessero potuto coltivare l’immaturità, ed umoralità, collettiva nella gestione ed elaborazione autonoma delle informazioni.

E tutto questo è un male, perché, a ben vedere, non porta a nulla. La qualità media dei nostri governanti, a tutti i livelli, si è abbassata notevolmente. Così come la qualità media della discussioni e dei temi di interesse pubblico.

Non c’è più un centro, o quantomeno un insieme di centri, erogatori di senso e significato che si staglino autorevoli in questo quadro. E’ un marasma generale. Uno sfogatoio continuo dove la sfida è al ribasso, al becero, all’inutile.

Questo è il punto fondamentale su cui bisognerebbe concentrarsi. Come provare ad uscirne. Come provare ad invertire la tendenza. Una sfida improba, forse impossibile. Ma necessaria, anzi vitale.