«Faremo il Ponte sullo Stretto»: ecco che Renzi scimmiotta pure il Cavaliere

«Faremo il Ponte sullo Stretto»: Matteo Renzi, il rottamatore è in difficoltà. A corto di idee e senza poter più sprecare denari pubblici, prova con le suggestioni. Pure con quelle datate. E perciò eccolo il Ponte sullo Stretto, per “togliere la Calabria dall’isolamento e far sì che la Sicilia sia più vicina”. Applausi da Salini-Impregilo e da tutti i cementificatori d’Italia. Tutti felici dell’annuncio. Come lo sono state generazioni di siciliani e di calabresi. Almeno quattro generazioni. Quelli nelle cui orecchie risuonò la promessa di mamma Democrazia Cristiana: faremo il Ponte sullo Stretto! Anno dopo anno, elezione dopo elezione, la promessa è sempre stata reiterata. L’opera è sempre stata imminente e architettata. Sempre fonte di soddisfazione e ottimismo per lo stato di avanzamento dei progetti e dei lavori. Per i disegni e il plastico: anch’essi ogni volta inaugurati, presentati alla stampa, fotografati e ripresi a telecamere unificate. Il tempo dei sorrisi a trentaduedenti col democristiano di turno al centro e la pletora di clientes festanti ai lati. Il popolo che annuiva soddisfatto ad ogni annuncio. Quel popolo che poi, dopo gli immancabili cannoli e lo spumante, tornava a casa del tutto certo che mai nulla sarebbe stato edificato. Che quel braccio di mare, quei tre chilometri abbondanti che separano la sicula Cariddi e la calabra Scilla, sarebbero rimasti immacolati. Una Chimera è stato il Ponte sullo Stretto. Un modo per rassicurare il popolo e mantenere l’idea di una qualche speranza di riscatto per quelle terre. Tutte le volte che se ne annunciava la costruzione il vecchio Amedeo Matacena (padre dell’esiliato a Dubai) che era un furbo di tre cotte, provvedeva all’acquisto di una nuova nave da trasporto: una nuova Caronte da aggiungere alla sua flotta che ogni giorno solcava le due sponde. La certificazione dell’impossibile. Cosicchè, da un lato all’altro di quel mare che vide Ulisse legato all’albero maestro e i suoi uomini con le orecchie tappate, tutti avrebbero visto e mai avuto dubbi. Il Ponte sullo Stretto era e rimane una suggestione. Impossibile non pensarci. Lo fece anche il Cavaliere. Anch’egli, come adesso Matteo Renzi si spinse oltre ogni ragionevole dubbio: “Lo faremo!“ annuncio’. E allo stesso modo di sempre, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni, quei messinesi e quei reggini annuirono e applaudirono all’opera che sarebbe nata. Alla meraviglia delle meraviglie. Ma, se solo gli avessero riferito la vulgata, se soltanto avesse potuto sentire ciò che da sempre quella gente sussurra sorniona ad ogni annuncio, Berlusconi non avrebbe commesso l’errore che oggi ripropone l’imbarazzante Renzi. «Il Ponte sullo Stretto? Se non l’ha fatto Mussolini vuol dire che non serve»: questo ripetono da quelle parti. Peccato non ascoltarli.