Evola era libertario, altro che reazionario. Ma la destra lo sa?

Ma è giusto confinare l’opera di Julius Evola agli scritti del dopoguerra? Cioè limitarsi ad apprezzare l’autore de Gli uomini e le rovine e di Orientamenti che fornivano suggerimenti per fare “diga” contro la modernità? O peggio ricordare gli strali contro lo sport dello sci o contro le minigonne? E’ lecito in definitiva fare di Evola solo un paladino della Tradizione fiaccata dalle forze telluriche della sovversione?

A riaprire un dibattito antico a destra è stato Riccardo Paradisi con un articolo sul quotidiano Il Dubbio dal titolo eloquente, Julius Evola, il fascista libertario, nel quale il filosofo amante del dadaismo e delle spericolate ascese dell’ “individuio assoluto” viene dipinto come un antiproibizionista ante-litteram. “Insomma Evola – scrive Paradisi –  la bête noire della cultura italiana, il liberticida per antonomasia, va oltre qualsiasi formulazione anarchica o “antagonista” quando parla di libertà: perché l’obiettivo della sua polemica non è solo lo Stato etico ma anche «La società che si mette a fare il pedagogo con la frusta, e proprio la dove essa, con la democrazia, proclama che il singolo è ormai giunto a ogni responsabilità e maturità». Lo sguardo di Evola è scevro di ogni moralismo e ipocrisia: egli non crede che ogni singolo sia ormai giunto a responsabilità e maturità, tutt’altro (in questo Evola resta un pensatore radicalmente aristocratico) – ma nessuno per lui ha il diritto, tanto meno lo Stato o la società, di condizionare o inibire le scelte di chicchessia, di conculcare le libertà individuali”. Paradisi ricorda ancora che se il primo Evola era spregiudicato e “disobbediente” anche l’ultimo Evola, quello di Cavalcare la tigre, indica all’uomo “diffrenziato” la strada di una libertà superiore, disciolta dai vincoli del moloch statuale, la via di un anarca aristocratico e distaccato, assai poco compatibile con l’ideologia conservatrice racchiusa dalla triade Dio-Patria-Famiglia.

Certo non è neanche possibile prendere solo una parte della produzione di un autore e isolarla da tutto il resto. Allo stesso tempo l’articolo di Paradisi ha il merito di aprire uno spazio di riflessione importante sulla complessità di un autore che spesso è poco letto e poco approfondito anche da quell’area politica che lo considera un “padre nobile” cui fare riferimento.