Dopo 4 anni condannati i 3 medici per la morte del calciatore Morosini

E’ una sentenza fortemente contestata quella emessa oggi nei confronti del medico del 118 di Pescara, Vito Molfese, del medico sociale del Livorno calcio, Manlio Porcellini, e del medico del Pescara, Ernesto Sabatini, dal giudice del tribunale monocratico di Pescara, Laura D’Arcangelo, nel processo di primo grado – a quattro anni di distanza dal fatto – sulla morte del calciatore del Livorno Piermario Morosini deceduto in campo a Pescara il 14 aprile del 2012.
Molfese è stato condannato a un anno di reclusione mentre a otto mesi sono stati condannati il medico sociale del Livorno, Manlio Porcellini, e il medico del Pescara, Ernesto Sabatini. I tre imputati sono stati anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla Pescara Calcio, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro. E subito sono scoppiate le polemiche.
Fulcro dell’accusa le carenze nelle procedure di soccorso, in particolare rispetto al mancato uso del defibrillatore, nonostante ce ne fossero due sul terreno di gioco e un terzo a bordo di un’ambulanza. Morosini, giocatore della squadra toscana, si accasciò a terra al 29′ del primo tempo, sul terreno di gioco dello stadio Adriatico di Pescara, mentre era in corso l’incontro di serie B tra la squadra abruzzese e il Livorno.
«Servivano dei capri espiatori – contesta la decisione del giudice Monica Passamonti, legale della Asl di Pescara – ma non c’è nessuna prova certa che bisognasse defibrillare Morosini né che si potesse procedere alla defibrillazione, visto che alcuni testimoni hanno riferito che durante i primi soccorsi il calciatore sputò la cannula e aveva polso, e dunque c’erano segni vitali».
«Se c’è un incendio devi usare l’estintore, anche se poi l’incendio non lo fermi – replica la dottoressa Cristina Basso, il super perito di parte e di fama mondiale che assieme al perito indicato dal pm allora titolare dell’inchiesta Valentina D’Agostino formulò la perizia confermata oggi nella sostanza dalla sentenza Morosini e, cioè, che qualunque medico presente doveva usare il defibrillatore – ma siccome il defibrillatore è anche diagnostico e non solo terapeutico, a maggior ragione un medico lo deve usare – spiega la Basso – perché se c’è fibrillazione ventricolare il defibrillatore non parte e te lo dice. Ma se non c’è si mette in azione. Un medico non si può sottrarre, anche se non c’è una legge che obbligava l’intervento. Per questo trovo che la sentenza di condanna dei tre medici sia corretta».
«Non mi aspettavo la condanna – dice Alberto Lorenzi, legale del medico del 118 di Pescara Vito Molfese – ma ho fiducia che tutte le eccezioni sollevate in punta di diritto verranno valutate in maniera più aderente nel prossimo grado di giudizio”. Così Alberto Lorenzi, legale del medico del 118 di Pescara Vito Molfese