Diciotto anni senza Lucio Battisti. Artista unico, allergico alle etichette

Un mito che ancora infiamma i social e divide i commentatori. Il simbolo di un’epoca. Fascista, rivoluzionario, contadino. O forse solo un artista libero, con il gusto della terra e una strana idea in testa. Diciotto anni fa moriva Lucio Battisti. Il cantautore, nato a Poggio Bustone il 5 marzo 1943, un giorno dopo Lucio Dalla, è morto a Milano il 9 settembre 1998 a 55 anni.  E da allora (ma anche prima), tutti a tirarlo per la giacchetta. Da che parte sta? È di destra o di sinistra? O è un anarchico mascherato?

Battisti: un artista oltre le etichette

Ma è così importante? Copyright e appropriazioni non gli rendono giustizia. La discografia e la natura antagonista del cantautore che con Mogol ha segnato per sempre la storia della musica leggera italiana non lasciano dubbi: è impossibile accostarlo ai cantautori “impegnati” della sinistra dell’epoca, foraggiati dalla straordinaria macchina da guerra del Pci, ma anche alla canzone tradizionale e melodica degli anni 60-70. Con oltre 25 milioni di dischi venduti, Lucio Battisti ha personalizzato e innovato ogni aspetto della sua musica contemporanea: «Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti». Oltre ai capolavori storici, Battisti ha lasciato in eredità alla musica italiana una straordinaria mole di innovazioni tecniche e stilistiche frutto della fusione tra la canzone melodica italiana e le sonorità della musica pop e rock internazionali anticipando generi e mode che sarebbero esplose di lì a poco: memorabile il brano La batteria, il contrabbasso, eccetera. Tecnico raffinato tecnico in sala di registrazione, Battisti fu tra i primi in Italia a utilizzare la tecnica di capovolgere i nastri nelle registrazioni già dal 1967. Nel 1973, caso forse unico nella storia discografica italiana, riesce a conquistare il primo ed il secondo posto nella top ten con Il mio canto libero e Il nostro caro angelo superando The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd.

Da Emozioni al Mio Canto libero

Questa la sua forza, non certo le etichette dei politologi senza fantasia: l’autore di Emozioni, Innocenti evasioni, Balla Linda, La Compagnia, non si è mai fatto sedurre dal grande circo mediatico. Giovane simpatizzante ordinovista? Punto di riferimento della Giovane Italia? Forse, ma non è questo che conta, Battisti non è “cosa nostra” per nessuno, anche se per la destra pioniera degli anni ’70 fu una coperta di Linus dalla quale era impossibile separarsi. Testi e arrangiamenti hanno accompagnato la narrazione della meglio gioventù dei Campi Hobbit. Ma Battisti è molto di più di una colonna sonora. Quando immancabilmente si discute del “Battisti politico” Mogol (memorabile la cavalcata da Milano a Roma nel 1970) minimizza anche se ammette che «all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista». Anche la proverbiale timidezza di Battisti fa parte del suo anticonformismo. Niente concerti. Perfezionista, o forse snob, con quella voce bassissima e inimitabile che si arrampicava a fatica. «Non faccio tournée né spettacoli perché mi sembra di vendermi, di espormi in vetrina: io voglio che il pubblico compri il disco per le qualità musicali e non per l’eventuale fascino del personaggio».