Destra, sinistra o referendum: chi porterà in piazza gli studenti?

Ci risiamo, la scuola italiana sta per ripartire con il suo lascito di problemi antichi e irrisolti. Quest’anno ci sarà anche l’emergenza per gli alunni terremotati. Ma soprattutto la scuola vive una contraddizione di fondo: in piazza ci vanno gli insegnanti e non gli studenti. Che significa? Che cosa è successo? Che la riforma renziana tocca le cattedre e non i programmi scolastici. E i punti dolenti sono due: il pendolarismo dei docenti e la chiamata diretta da parte dei presidi. Durante l’estate i professori a Napoli sono persino venuti alle mani con la polizia: non si era mai visto. A complicare la faccenda, è arrivata la notizia che la terzogenita del premier frequenterà la prestigiosa scuola americana di Firenze. Come dire: nemmeno Renzi si fida della sua “buona scuola”. I professori squadernano anche il tema annoso degli stipendi inadeguati. Renzi, in verità, ha inserito con la riforma un bonus di 500 euro per le spese culturali ma non è un aumento di retribuzione. Tutt’altro. Ogni euro speso in cultura (cinema, libri, teatro) deve essere rendicontato con fattura. E a volte la spesa non vale l’impresa.

Quando la polizia sgomberò l’occupazione al liceo Mamiani

Ma attenzione: non nasce oggi il braccio di ferro tra la sinistra stessa e la scuola pubblica, non più feticcio e totem da difendere ad ogni costo, territorio lasciato libero ormai dinanzi alle scorribande degli antagonisti. Il simbolico punto d’inizio dell’abbandono ideologico della scuola pubblica da parte del fronte progressista risale al dicembre 1997, quando la polizia – allertata da un preside con tessera del vecchio Pci in tasca – sgombera gli occupanti del liceo Mamiani a Roma, icona del movimento sessantottino, ribattezzato “rosso di lusso” in un libro celebrativo che raccoglieva i ricordi di studenti illustri, tutti – manco a dirlo – devoti al verbo marxista. Al governo c’era Massimo D’Alema. E il ministro dell’Istruzione era Luigi Berlinguer, che si guardò bene all’epoca dallo schierarsi con gli studenti e che anni dopo difese, sia pure sotto voce, la vituperata riforma Gelmini, lasciando intendere che in un paese come l’Italia la scuola va lasciata alla sua routine, al suo pigro immobilismo, perché se tenti di metterci le mani scontenti tutti e ti bruci la carriera.

I neofascisti dipinti nel romanzo di Albinati “La scuola cattolica”

 

Di contro, anche a destra, la battaglia in difesa della scuola privata, capace più di quella pubblica di garantire pluralismo e libera circolazione delle idee, si sfilaccia e piano piano evapora, diviene solo un ricordo, quasi un riflesso condizionato, a mano a mano sostituito dalla battaglia degli integralisti cattolici contro le categorie del pensiero gender. Eppure, soprattutto nei ribollenti anni Settanta, erano le scuole private, per lo più cattoliche, ad offrire rifugio e diploma ai neofascisti perseguitati dai collettivi di estrema sinistra. Un tema tornato all’attenzione del grande pubblico grazie al corposo romanzo di Edoardo Albinati, La scuola cattolica, vincitore del premio Strega. Sulle oltre mille pagine del racconto-diario incombe l’atmosfera del San Leone Magno, prestigioso istituto cattolico del quartiere Trieste-Salario di Roma, frequentato anche dagli insani protagonisti del delitto del Circeo, seguaci di un superomismo casereccio che allo stesso Nietzsche avrebbe fatto orrore. “Noi di sinistra ci sentivamo dei Thugs”, scrive Albinati. Una setta clandestina, dunque. Che osservava il nemico con attenzione, un nemico che imperversava al San Leone Magno come in altri istituti privati, esibendo le proprie passioni, dal martello di Thor a Tolkien, dagli stivali a punta al Graal. “Da cosa erano animati? Cameratismo, odio per i democratici, mito del coraggio individuale, disprezzo per il nemico, culto della violenza e della morte, orgoglio e disperazione di essere minoranza”. Atteggiamenti che sopravvivono certo anche oggi, ma così marginali da non essere in grado di fornire un’estetica di destra nelle scuole, così come la sinistra non è più in grado di fornire miti, parole d’ordine, ansie ribellistiche.

Gli studenti faranno cortei per il referendum?

 

Succede che, accanto al logorarsi delle antiche etichette politiche, anche l’istituzione scolastica in quanto tale viene avvertita come decrepita, non più centrale, sostituibile. In definitiva irriformabile. Oggetto, inoltre, di critiche spietate. Prosperano i bulli, e la scuola che fa? I maschi uccidono per senso di possesso, e la scuola che fa? Le famiglie non ce la fanno a tenere i figli a casa per tre mesi in estate, e la scuola che fa? La stessa lezione frontale, vecchia maniera, è percepita come qualcosa da superare urgentemente. Per ragione teoriche ma non solo. La rivista Lancet ha calcolato i danni dell’eccesiva sedentarietà: per rimediare servirebbe un’ora di educazione fisica al giorno, non a settimana. La scuola, sommersa da problemi irrisolti, non ha tempo di curarsi di destra e sinistra, di vetuste appartenenze, dei luoghi comuni ereditati da linguaggi che nei licei infiammavano gli animi oltre quaranta anni fa. Ci sarebbe il referendum, certo. La Costituzione, la riforma. Ma sarà un tema capace di appassionare la popolazione studentesca? E’ immaginabile che uno studente si metta in fila, in corteo, per questioni di ingegneria costituzionale? Staremo a vedere.