Leadership nel centrodestra: ci vuole un leader eletto e non nominato

Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera del 6 settembre) si pone il problema della necessità di un leader della “Destra”, cioè di una guida di Forza Italia e del centrodestra nel dopo-Berlusconi. E ritiene di farlo, per prima cosa, demolendo la classe dirigente berlusconiana, con qualche eccesso, a dire il vero. Colpisce, in particolare, la durezza con cui tratta i parlamentari azzurri; imputa loro di “credere davvero di essere stati eletti dai loro elettori, pensano davvero di avere dietro di sé qualcuno che li ha scelti e votati per le loro idee e/o capacità anziché per la loro presenza in lista voluta da Berlusconi”.

Galli della Loggia, Berlusconi ha voluto una classe dirigente di “ubbidienti”

All’editorialista non è piaciuta “la loro reazione al tentativo dell’ex candidato a sindaco di Milano di dare un nuovo volto alla Destra italiana”, dopo che nel ventennio dell’ex Cavaliere “nell’ambito di Forza Italia non è nato nulla. Non una persona non un’idea, un disegno politico, cui affidare una qualunque successione”. Secondo Galli della Loggia, così è stato per responsabilità dello stesso Berlusconi il quale “ha voluto che il partito chiamato a rappresentare la Destra fosse principalmente se non esclusivamente un strumento per la sua difesa: dunque solo una sigla per la raccolta di voti e uno strumento d’influenza (neppure di governo: come si è visto…). Ed è per questo che egli non ha avuto bisogno intorno a sé che di persone le quali alla fine facessero una cosa sola: obbedissero”. Tranne i rari casi di quei “disobbedienti” (immaginiamo si riferisca a Fini nel Pdl, anche a Fitto, forse ad Alfano, non certo a Verdini) che sono stati “messi regolarmente nell’impossibilità di emergere”. Per questo, secondo l’opinionista – il quale, in questa occasione, sembra perdere l’aplomb di osservatore – che i dirigenti attuali di FI “facciano gli indignati perché Parisi non avrebbe le carte in regola che loro non hanno mai avuto, appare davvero il colmo del paradosso se non piuttosto dell’impudenza”. Ha ragione Galli della Loggia ? Cosa c’è nella sua riflessione che persuade ? E cosa no ?

Non Destra, ma Destre: Europa docet

A differenza di altre pregevoli analisi, lo scritto del professore sembra un acritico endorsement in favore di Parisi, più che un ragionamento pacato, completo, spassionato. E, probabilmente, per questo, non convince; anzi, presenta punti deboli e contraddizioni evidenti. In primo luogo: comprendiamo che la “Destra” è termine onnicomprensivo che tradizionalmente Galli della Loggia utilizza per tutto il centrodestra. Ma, avendo centrato la sua analisi solo sul partito berlusconiano, appare arbitrario adoperare questa etichetta o, se si vuole, questa identità riferita solo ad esso. Senza tenere conto che la mission di Parisi, senza troppi infingimenti, è la leadership di tutto il centrodestra italiano. Che, tuttavia, comprende non solo Forza Italia – nemmeno più partito maggioritario – ma anche Lega e Fratelli d’Italia; oltre a destre minori, ex An (Azione Nazionale di Alemanno e la Destra di Storace). Sarebbe, quindi, più corretto parlare di “destre”: una “moderata”, modello Ppe, “alla Parisi”, per così dire; nel senso che è congeniale alla visione e allo stile politico dell’ex candidato sindaco di Milano; e un’altra – rappresentata da Salvini e Meloni – populista, euroscettica, collegata culturalmente alle forze, emergenti nel Vecchio Continente, che contestano l’idealtipo merkeliano. Partiti e movimenti politici che, proprio nelle recenti elezioni regionali in Germania, hanno avuto una spinta ulteriore e altamente simbolica, con l’affermazione dell’Afd e la sconfitta del partito della Cancelliera, addirittura superata dalla “destra” tedesca. Se, nell’indagare il mondo della “Destra”, si fa a meno di questa bipartizione essenziale, si rischia di mettere in campo disamine stantie, che portano fuori strada.

Parisi rischia di diventare un Galliani o un Rossella

La seconda questione. Il Corriere – col fondo di Galli della Loggia – fa una notevole apertura di credito alla scelta di Berlusconi pro Stefano Parisi; il che, si capisce, tenuto conto che quest’ultimo può fare ricorso a una “rubrica” e a relazioni che contano nel mondo economico e meneghino. Ma, non si trova nel pezzo la motivazione del perché proprio lui debba essere il nuovo leader della “Destra”. E appare un attacco inelegante, quello portato a Giovanni Toti, presidente della regione Liguria, che – secondo l’autore dell”Intervista sulla Destra” -non avrebbe meriti per essere “uno tra i più arrabbiati e decisi a sbarrare il passo all’intruso”. Toti, è vero, viene dalla scuderia Mediaset, è stato “inventato” come politico da Berlusconi (e da Confalonieri), con tutte le valutazioni che, anche altre volte abbiamo qui fatto, sul partito-azienda. Ma perché Toti – il quale sembra avere imparato il mestiere e acquisito una sua indipendenza di giudizio e movimento, tanto da essere l’esponente forzista che più propugna una stretta alleanza con Lega e Fdi – non potrebbe aspirare a diventare il leader del centrodestra e Parisi sì ? Non si capisce. A dire il vero, Toti può vantare due carte di credito che l’ex AD di Fastweb non possiede. La prima è che lui è stato eletto e Parisi no; uno è presidente di Regione, ha vinto; mentre l’altro, ha perso contro Sala, il nuovo sindaco di Milano. Se si parla di consenso, il dato penalizza Parisi. La seconda, meno importante, è l’età: Toti – di dodici anni più giovane di Parisi – appare più vicino, su questo piano, alle altre leadership dell’ Italia politica di oggi. Non è un dato meramente anagrafico: Parisi assorbe dentro di sé precedenti ere politiche; è venuto a contatto con tutto l’establishment delle stagioni che precedono questa. Ne è influenzato. Insomma, potrebbe apparire troppo “stagionato” per impersonare una leadership che volesse essere, diciamo così, innovatrice, contemporanea. Dove porta questo ragionamento su Toti e Parisi? Non certo a una candidatura dell’uno, piuttosto che dell’altro. Ma, non è esatto ciò che scrive Galli della Loggia: la “certa somiglianza che esiste tra la parabola di Parisi e quella di Renzi”, non c’è. Dire che entrambi “partono da una base di consenso cittadino”, omette un particolare: Parisi battuto, non può paragonarsi al premier-segretario del Pd che ha nel suo bagaglio l’elezione a presidente della provincia e sindaco di Firenze e, infine, la vittoria della competizione per la leadership del Partito Democratico. Tre vittorie, contro una sconfitta.

Primarie per scegliere il nuovo leader del centrodestra

La verità – come l’editorialista del Corriere finisce per ammettere – è che a differenza di Renzi che conquistò la leadership del Pd attraverso le primarie, “Parisi invece, che non può contare su nessun movimento dal basso, non può che provarci con una spinta dall’alto dovuta a Berlusconi”. E qui è il punto di caduta di tutto il ragionamento. Parisi, ad oggi, è un “nominato” di Berlusconi. Al quale non si può chiedere di dismettere, a ottant’anni e al termine del suo percorso politico, di liberarsi della sua visione “aziendale” che ha trasportato, nel bene e nel male, nelle dinamiche del centrodestra; causa questa anche dei suoi insuccessi, in particolare nel ventennio che lo ha visto al governo del Paese. Parisi è, per l’ex Cavaliere, l’amministratore delegato ideale, il migliore possibile. Scelto col metodo con cui nel tempo ha scelto i “fiduciari” dei vari rami aziendali nel suo Gruppo. E, oggi, che Forza Italia si avvia a diventare sempre più azienda-partito, Parisi rischia di diventare un Rossella o un Galliani di FI: un manager (bravo) che però deve rispondere all’azionista. Che è uno solo, Berlusconi. Una sistema che, nonostante i tentativi di “traduzione” dell’ex premier, in politica non funziona. “Ogni società, ogni Stato, ogni gruppo conta per la personalità che lo dirige, che lo impersona, che lo firma; ogni società, ogni Stato, ogni gruppo sale o decade secondo il valore della personalità che riesce a tenerlo insieme, a fonderlo; ogni gruppo di disfà quando manchi d’una personalità che gli imprima un carattere”, ci ricorda Prezzolini (Dio è un rischio, Vallecchi). È così. Ed è oggi il problema di Forza Italia, delle “destre” politiche e di tutto il centrodestra, chiamato a darsi una leadership che lo guidi in questo tornante della storia nazionale ed europea. Dopo Berlusconi. Potrebbe essere Parisi? Certo. Potrebbe essere Toti è un’altro esponente del mondo di Berlusconi ? Anche. Come potrebbe essere Salvini, Zaia, Meloni, cioè una personalità che viene dalla destra “non moderata” che – al pari di quanto accade in altri Paesi – può incarnare un “populismo di governo” capace di cogliere e rappresentare una risposta efficace alla crisi delle vecchie rappresentanze politiche nell’Europa di oggi. Nella quale i capi non possono essere scelti dai capi. Ma dal popolo. Il successo augurabile della manifestazione che Parisi ha organizzato per i prossimi giorni, non può essere in sè – come Galli della Loggia auspica o crede – il segnale di “una rottura oggettiva rispetto al «berlusconismo reale» dell’ultimo ventennio”. La svolta non sarà il parterre. E nemmeno il programma che Parisi annuncerà. La “rupture”, rispetto al canone aziendale, potrà essere solo l’accettazione e la condivisione di un metodo politico. Che può essere solo quello delle “primarie”. Il luogo e lo spazio – insieme a regolari Congressi politici delle forze che compongono il centrodestra (lo compongono ?) il suo popolo – se ancora c’è – potrà scegliere la via da prendere per cambiare. E dove – unico ad avere i titoli per farlo – potrà eleggere un leader, un candidato premier secondo le regole della democrazia politica. Un uomo intelligente come Parisi sa che non ci sono altre strade. E che, permanendo le sue aspirazioni e ambizioni, le primarie sono un rito al quale non potrà sottrarsi.