Lavoro e robot: tra pochi anni cinque milioni di persone senza impiego. Che fare?

La futurologia, cioè il tentativo di prevedere, su basi scientifiche, il futuro dell’umanità, è materia da usare con cautela. Troppi errori di valutazione compiuti nel passato per farne una scienza esatta. E tuttavia la notizia, messa in giro dal World Economic Forum, sui destini del lavoro umano, non è da prendere sotto gamba. Secondo il recente rapporto del WEF da qui a pochi anni  automazione, intelligenza artificiale, nanotecnologie, biotecnologie e stampa 3D finiranno per polverizzare cinque milioni di posti di lavoro nelle 15 principali economie del mondo.

Le premesse ci sono tutte (e le recenti polemiche sulla crisi occupazionale  delle banche italiane vanno in questo senso). I settori più a rischio includono quello amministrativo, energetico, finanziario e soprattutto i lavori d’ufficio, dove le macchine si incaricheranno di tutti i compiti di routine. Verrà creata nuova occupazione, certo, ma sarà comunque insufficiente a compensare le perdite. Le nuove sfide, continua il rapporto WEF, impongono che non solo le imprese, ma anche i governi, si riadattino al nuovo scenario e intervengano per disciplinare e regolare il cambiamento. Possibilmente in modo rapido, dal momento che quel fenomeno che il giornalista Paul Mason chiama “transizione verso il postcapitalismo” è già in corso.

Secondo lo scienziato Stephen Hawking, avremo due possibilità “se le macchine produrranno tutto ciò di cui abbiamo bisogno saremo ad un bivio. Se questi prodotti saranno condivisi, l’intera popolazione vivrà nel lusso, ma se i produttori delle macchine riusciranno a impedire la redistribuzione, la maggior parte della popolazione sprofonderà nella miseria”. Al momento, si calcola che già il 53% dei lavori svolti da umani sia interamente automatizzabile, e quindi sostituibile.

Secondo il già citato Mason, le monete di scambio del futuro saranno “tempo libero, attività in rete e gratuità”. Le basi di questa trasformazione sono già visibili, ma la cultura della sharing economy è destinata a crescere. “Le persone convertiranno ogni bene in denaro, dalla propria casa alla loro auto”, si legge nel rapporto WEF.

Se da un lato la discussione si inserisce nello scenario di una crisi dei mercati di lavoro e di una disoccupazione ormai drammatiche, dall’altro è tanto affascinante quanto utopica l’ipotesi di un futuro prossimo in cui impieghi noiosi o degradanti saranno svolti dalle macchine, mentre gli esseri umani potranno dedicarsi ad attività ben più gratificanti. “L’attuale rivoluzione tecnologica non deve diventare necessariamente una sfida tra esseri umani e macchine”, conclude il rapporto “ma piuttosto un’opportunità per lavorare insieme e fare in modo che le persone esplorino a pieno il loro potenziale. È essenziale comprendere rapidamente i cambiamenti per guidare le nostre economie e la nostra comunità attraverso queste importanti trasformazioni”.

Il “che fare ?” – domanda d’obbligo in un contesto in rapida evoluzione – non può non considerare la necessità di ripensare radicalmente il nostro sistema nella sua globalità. Occorre individuare nuove politiche di ridistribuzione del valore. Vanno riconsiderate le politiche formative. Va ritrovata la centralità dell’uomo-lavoratore, partecipe dei processi di trasformazione. Sarà urgente realizzare nuove politiche previdenziali ed un nuovo Welfare.

Molto insomma c’è da analizzare, prevedere, reinventare: buona materia per i futurologi, per gli economisti ed i sociologi. Ma anche per una politica che non può continuare a vivere rincantucciata a contemplare l’ombelico delle proprie piccole certezze e a baloccarsi con vecchi slogan. Il futuro apparterrà a chi sa immaginarlo e dominarlo, già da ora.