Al Verano sigilli alla tomba di Claretta. Che fine faranno i resti dell’amante del Duce?

La tomba di Claretta Petacci, al cimitero monumentale Verano di Roma, è ormai “un manufatto in stato di abbandono”. L’Ama ha messo i sigilli. La concessione è decaduta. Che ne sarà allora dei resti dell’amante di Benito Mussolini, uccisa con lui a Giulino di Mezzegra il 28 aprile del 1945 (secondo la versione ufficiale) e appesa a testa in giù a piazzale Loreto perché la folla sfogasse i suoi bestiali istinti contro i corpi dei “nemici” abbattuti? Il caso viene sollevato dal Corriere della Sera: Maurizio Campagnani, dirigente del Servizio cimiteri capitolini, spiega che «senza l’intervento degli eredi, che sono proprietari della concessione, non possiamo fare nulla. Li abbiamo rintracciati negli Stati Uniti, abbiamo spedito due raccomandate ma non abbiamo mai avuto risposta… Si è fatta avanti un’associazione di reduci fascisti per prendersi cura della manutenzione. Ma senza gli eredi, se non si cambia l’articolo 52, abbiamo le mani legate…». «L’articolo 52 del Regolamento di polizia cimiteriale vigente a Roma – scrive il Corriere – prevede che — qualora i concessionari non rispettino l’obbligo di curare la manutenzione prevista dall’Amministrazione entro sei mesi — la concessione decade. E sarà carico dell’Amministrazione di provvedere alla conservazione dei resti mortali, nel modo in cui essa giudicherà più opportuno. In linea teorica, dunque, il mausoleo Petacci potrebbe anche sparire. E toccherebbe all’amministrazione del Verano decidere l’ultima sorte di Claretta Petacci». Accanto alla sua tomba è sepolto Walter Audisio, il partigiano Valerio, ritenuto responsabile della fucilazione del Duce e della sua amante: per lui solo un fiore finto perché i fiori freschi – racconta il guardiano – vengono subito rimossi da qualcuno…

Claretta, ventenne, incontrò il suo “mito”, Benito Mussolini, alla rotonda di Ostia nell’aprile del 1932. E sempre in aprile, tredici anni dopo, venne catturata insieme al Duce e uccisa, anche se non esistevano reati a lei ascrivibili. la sua sorte tragica trasfigurò il suo personaggio, che colpì l’immaginazione creatrice del poeta Ezra Pound: “Manes fu conciato  e impagliato / così Ben e la Clara a Milano / per i calcagni  a Milano / che vermi mangiassero il torello morto / ma il due volte crocefisso / dove lo trovate nella storia?”. E nella parte seconda del suo Canale Mussolini, Antonio Pennacchi dedica molte pagine all’ultima notte di Benito e Claretta: “Era la prima notte in vita loro che passavano assieme. Lei aveva trentatré anni, lui sessantadue. S’amavano tra liti, strilla, abbandoni e appassionati riabbracci dal 1932, da quando lei ne aveva venti. Non hanno dormito neanche un’ ora. Alle cinque i partigiani di guardia alla porta due ragazzi di vent’ anni insospettiti da un improvviso scricchiolio hanno spalancato la porta: «Blam!» e sono piombati nella stanza con il lume a petrolio e le armi in mano. Svegliata di soprabbalzo, Claretta s’ è tirata su le coperte a nascondere il viso. Mussolini s’ è seduto sul letto: «Dai, ragazzi, non fate così. Non siate cattivi…» e quelli sono usciti. Claretta ha detto: «Stavo sognando che ti aspettavo al bivio dell’ Appia a Littoria, e c’ era la luna piena». «Qua piove, invece» ha risposto il Duce. E dopo una piccola pausa: «Non ho mai amato nessun’ altra, come ho amato ed amo te», e questa volta diceva davvero”. Nel 1984 il regista Pasquale Squitieri dedicò un film a Claretta (interpretata da Claudia Cardinale) aiutato dalla consulenza storica di Arrigo Petacco: la sceneggiatura ribaltava l’immagine di Claretta Petacci come donnetta capricciosa e viziata, mettendone in rilievo la coerenza: “Il 25 luglio si rompe tutto. Il tiranno è finito, il mito è distrutto – spiegò Squitieri – Claretta avrebbe potuto cancellarlo dalla sua vita, magari suicidarsi per la delusione. Invece no. Comincia a battersi per ritrovare l’ uomo. Ed è un povero, miserabile sessantenne che ritrova, solo, con gli occhiali, l’ ulcera gastrica, reso più crudele per la grande delusione di aver scoperto, solo allora, che il suo fascismo è solo una sovrastruttura sulla struttura del gesuitismo, del trasformismo, tipica caratteristica della chiesa cattolica”.