La Ue ad Ankara: se mettete la pena capitale siete fuori. Erdogan: ipocriti

Nuove scintille tra Unione europea e Turchia. «La posizione dell’Unione europea sulla questione della liberalizzazione dei visti per la Turchia non cambia di una virgola», dopo l’ennesima minaccia di Ankara di far saltare l’accordo sui migranti in caso di mancata apertura da parte della Ue. Per la Ue «la Turchia deve rispettare tutti i 72 criteri» previsti dall’accordo. Lo ha detto la portavoce della Commissione europea ricordando anche le parole del commissario Dimitris Avramopoulos, che ha recentemente affermato che non serve fare minacce sottolineando che la realizzazione della liberalizzazione «dipende dal governo turco». Inoltre la reintroduzione della pena di morte in Turchia comporterebbe la fine del negoziato di accesso all’Unione europea. La posizione è stata ribadita dalla portavoce della Commissione, Mina Andreeva, dopo le affermazioni del presidente Erdogan nell’adunata di ieri a Istanbul. La portavoce ha anche ricordato che una delle condizioni preliminari per l’appartenenza alla Ue è l’abolizione della pena capitale. Commentando le parole di Erdogan che ha accusato l’Europa di non fare obiezioni contro Stati Uniti, Giappone e Cina che pure hanno la pena di morte, una fonte dell’esecutivo ha osservato: «Nessuno di quei Paesi ha chiesto di aderire all’Unione europea…». La portavoce, dopo aver ricordato quanto affermato da Jean Claude Juncker già il 2 agosto scorso, ha riportato quanto detto dal presidente nel fine settimana in una intervista: «La Turchia non può essere un membro dell’Unione Europea nel suo status attuale e specialmente non potrebbe esserlo se decidesse, come qualcuno ha affermato, di ristabilire la pena di morte. Questo condurrebbe ad una immediata rottura dei negoziati».

Ankara reagisce duramente ai diktat della Ue

Pronta la risposta del presidente turco: durante e dopo il mancato colpo di Stato, «l’Occidente ha lasciato i turchi da soli». È l’accusa lanciata dal presidente Recep Tayyip Erdogan, in un’intervista al quotidiano francese Le Monde. «Il mondo intero aveva reagito all’attacco contro Charlie Hebdo. Il nostro Primo ministro si era unito alla marcia nelle vie di Parigi – spiega Erdogan – Avrei auspicato che i leader del mondo occidentale reagissero allo stesso modo a ciò che succede in Turchia e non si accontentassero di alcuni cliché per condannare. In questa fase gli occidentali non dovrebbero preoccuparsi del numero di persone arrestate o licenziate. Uno Stato ha il diritto di assumere e licenziare i funzionari che vuole». Per quanto riguarda in particolare l’Europa, dice ancora, «sta ai membri dell’Ue di tentare di correggere le loro relazioni con la Turchia. Sono 53 anni che siamo alle porte dell’Europa, l’Ue è la sola responsabile e colpevole. Nessuno a parte la Turchia è stato trattato in questo modo». Il presidente turco  accusa l’Unione di non comportarsi in modo sincero, e minaccia uno stop all’applicazione dell’accordo sui migranti. Parole dure anche per gli Stati Uniti, che rifiutano di consegnare ad Ankara l’uomo accusato di aver supportato il tentato golpe, Fethullah Gulen. «Abbiamo mandato 85 casse di documenti agli americani – spiega Erdogan – Ora spero che Gulen sarà consegnato al più presto alla Turchia, e che in questo modo il sentimento antiamericano in Turchia si dissipi». Atteggiamento del tutto opposto nei confronti della Russia di Vladimir Putin, con cui il presidente turco promette «una nuova tappa nelle nostre relazioni» dopo la visita San Pietroburgo prevista nelle prossime ore. Ciò non significa, però, che la Turchi abbia cambiato idea sulla Siria e sulla necessità di mettere fine al regime di Bashar el-Assad. «Bisogna che se ne vada – dice Erdogan – Allora, potremo accordarci su un nome accettabile per tutti, e se saranno organizzate elezioni senza la sua partecipazione sarà possibile una transizione. Abbiamo già fatto preparativi in vista di tale soluzione».