Statali, i sindacati uniti contro la riforma dei dirigenti pubblici

A pochi giorni dal consiglio dei ministri che dovrà scrivere la riforma della dirigenza pubblica, si infiamma il fronte sindacale. A far discutere maggiormente è l’intenzione del governo di far decadere dopo sei mesi dall’entrata in vigore della riforma, tutti gli incarichi dirigenziali di prima e seconda fascia, creando però una clausola di salvaguardia per i direttori generali, che vedrebbero i loro incarichi rinnovati in automatico, si legge sul Messaggero.

Statali, 2,5 miliardi per il rinnovo. Scontro sui dirigenti

 «Nulla di più errato di creare divisioni come riportato in alcune indiscrezioni con certe fasce di colleghi che starebbero cercando di sottrarsi dall’azzeramento degli incarichi», spiega Barbara Casagrande, segretario generale di Unadis (sindacato dei dirigenti di Stato) e Confedir (confederazione autonoma dei dirigenti e quadri della P.a.). «In una riforma che già non comprende tutta la dirigenza della Repubblica, perché esclude prefetti e diplomatici, professori universitari e presidi», prosegue, «vogliamo creare ulteriori divisioni?». Il concetto, insoma, è niente scappatoie per alcuni. La riforma, dice ancora il segretario generale di Unadis, «deve partire, in tutta la sua forza innovatrice. E per farlo occorre che sia varato un sistema unico di valutazione dei dirigenti della Repubblica e istituita un’alta commissione imparziale per il conferimento degli incarichi dirigenziali». Secondo la sindacalista «senza questi presupposti (sistema unico oggettivo di valutazione, criteri di conferimento incarichi, commissione imparziale, retribuzioni omogenee a parità di funzioni) la riforma sa tanto di precarizzazione iniqua e di lottizzazione».

Sindacato pronto ad impugnare la riforma

 I punti salienti sono noti. Una volta decaduti dagli incarichi, i dirigenti dovranno partecipare a interpelli per trovare una nuova collocazione e saranno valtuati da una commissione indipendente. Il posto da dirigente non sarà più senza scadenza. Un incarico non potrà durare più di quattro anni rinnovabili per altri due anni. Poi bisognerà cambiare ufficio. Chi non trova una collocazione e rimarrà senza incarico, non percepirà la parte variabile della retribuzione. Per ogni anno che passa senza un ruolo operativo, il dirigente si vedrà decurtata anche la retribuzione fissa del 10%. Dopo sei anni fuori dai ranghi, il dirigente potrà essere licenziato, a meno che non accetti volontariamente di essere degradato a semplice funzionario. La dead line per approvare definitivamente le norme sulla dirigenza pubblica è il 28 di agosto, poi la delega al governo andrà a scadenza. Il decreto dovrà comunque fare il suo iter parlamentare e ottenere il parere del Consiglio di Stato. Il testo che licenzierà il governo, insomma, è probabile che non sia quello definitivo.