La Rousseff grida al complotto: ma occultò il suo disastro economico

Il D-Day di Dilma Rousseff comincia in Senato con un discorso destinato – secondo lei – più a rivalutare la sua figura politica e morale per i libri di storia che a garantirle un clamoroso ritorno sulla poltrona più importante del Brasile e concludere il suo secondo mandato presidenziale alla fine del 2018. «Sono innocente, l’impeachment è un colpo di Stato e si invoca la costituzione per legittimare un nuovo governo che non ha legittimazione popolare e togliere di mezzo il mio governo votato da oltre 54 milioni di brasiliani», ha detto Dilma, che ha anche fatto nomi e cognomi dei presunti “congiurati”: il presidente ad interim Michel Temer, l’ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, dimessosi dopo essere stato accusato di scandali di corruzione, e le élite ultraconservatrici. «Tutti sanno che la richiesta di impeachment è stata accolta dall’allora presidente della Camera, Eduardo Cunha, come ricatto politico nei miei confronti per indurmi ad insabbiare il procedimento aperto contro di lui per corruzione. Ma non ho ceduto al ricatto. Le accuse contro di me sono ingiuste, non ho mai rubato, non ho case o conti all’estero, non ho mai commesso atti contrari al popolo che mi ha eletto. Siamo ad un passo da una vera rottura costituzionale, da un vero colpo di stato avallato dalle elite ultraconservatrici e autoritarie per imporre il governo usurpatore di Temer», ha rincarato Dilma, che ha sforato la mezz’ora concessale ed ha parlato per 46 minuti, interrotti solo da due momenti di commozione quando ha ricordato le torture subite in carcere durante la dittatura militare e la battaglia vinta contro il cancro.

La Rousseff è un’ex guerrigliera marxista

La presidente, che è arrivata in Senato accompagnata dall’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, da alcuni ex ministri del suo governo e dal compositore Chico Buarque de Hollanda in rappresentanza di un folto gruppo di artisti ed intellettuali, è accusata di “attentato alla Costituzione” per aver autorizzato le cosiddette “pedalate fiscali”, ovvero pratiche contabili illegali per occultare i dati economici negativi. «Sono innocente, è un pretesto per mascherare il golpe», si è difesa la prima presidente donna del Brasile, che ha ringraziato «le forti donne brasiliane» per il sostegno. «Mi hanno protetta con la loro solidarietà dalle aggressioni verbali e mi hanno coperta di fiori», ha ricordato con orgoglio l’ex guerrigliera marxista di origine bulgara. Dilma, che ha accettato di rispondere alle domande dei senatori, rischia di essere deposta al termine di una votazione che dovrebbe concludersi domani o mercoledì al più tardi. Per interrompere il secondo governo Rousseff e il regno del Partito del lavoratori, al potere ininterrottamente dal 2003 con Lula e Dilma, serviranno i voti di due terzi dei senatori, 54 su 81. Nella precedente votazione al Senato, i voti contro Dilma furono 59. Il destino della presidente sembra quindi segnato: l’assoluzione è improbabile ma Dilma vuole almeno uscirne a testa alta e inchiodare alle proprie – presunte – responsabilità chi vuole spodestarla.