Il patriota Baresic divide Serbia e Croazia: Zagabria rivuole gli ustascia

Segna nuovamente burrasca il barometro nei difficili rapporti tra Serbia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, i tre maggiori Paesi dei Balcani occidentali protagonisti delle guerre fratricide degli anni novanta. Negli ultimi giorni note di protesta incrociate lungo l’asse Belgrado-Zagabria-Sarajevo hanno fortemente deteriorato i fragili e delicati rapporti fra i tre Paesi, aumentando le preoccupazioni per la stabilità nell’intera regione balcanica. Ad avvelenare le relazioni fra Serbia e Croazia, già segnate in negativo dal lungo blocco di Zagabria all’apertura di nuovi capitoli negoziali per l’adesione della Serbia alla Ue, sono state alcune recenti decisioni delle autorità croate interpretate dal governo serbo come il segno evidente della volontà di «ripristinare e legittimare il vecchio regime ustascia della Croazia fascista» durante la seconda guerra mondiale. Nei giorni scorsi la giustizia croata ha annullato la sentenza di condanna emessa dalle autorità comuniste jugoslave a carico dell’arcivescovo di Zagabria Alojzije Stepinac, accusato di collaborazionismo con il regime ustascia e considerato in Serbia un criminale di guerra. Successivamente è stata ugualmente annullata la condanna nei confronti del generale Branimir Glavas, accusato di crimini di guerra contro i serbi nella guerra del 1991-1995.

Sarà inaugurato un monumento a Baresic

Un terzo episodio ha mandato Belgrado su tutte le furie: l’inaugurazione nel fine settimana a Drage, sulla costa adriatica croata, di un monumento a Miro Baresic, un utranazionalista estremista di destra croato considerato un eroe a Zagabria ma che i serbi ritengono un terrorista. Baresic assassinò nel 1971 l’ambasciatore jugoslavo in Svezia Vladimir Rolovic, dopo il rilascio dal carcere svedese visse in Sudamerica prima di tornare in Croazia dove fu ucciso nella guerra con i serbi del 1991-1995. Nell’ultima settimana il ministro degli Esteri serbo Ivica Dacic ha inoltrato praticamente una nota di protesta al giorno all’ambasciatore croato a Belgrado, parlando di «inammissibile comportamento» delle autorità croate e di evidente volontà di «riabilitare il vecchio regime criminale fascista». Gli ha risposto il collega croato Miro Kovac, accusando Belgrado di ingerenza negli affari interni della Croazia e di voler tornare al “vocabolario” e alla “propaganda della Grande Serbia dell’èra di Slobodan Milosevic”. E non appaiono più sereni i rapporti tra Serbia e Bosnia-Erzegovina. Due episodi hanno indotto il governo di Belgrado a inoltrare note ufficiali di protesta a Sarajevo: un video in cui si vedono due persone dar fuoco a bandiere della Serbia, e le dichiarazioni fatte dal presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, il musulmano Bakir Izetbegovic, durante una visita a Novi Pazar, capoluogo del Sangiaccato, regione del sud della Serbia a maggioranza musulmana. Izetbegovic ha paragonato il Sangiaccato alla Republika Srpska, l’entità della Bosnia-Erzegovina a maggioranza serba, alludendo a un rapporto speciale di tale regione con la Bosnia musulmana. Un paragone questo respinto con sdegno dal governo di Belgrado.