Non strinse la mano all’israeliano, rispedito a casa il judoka El Shehaby

Una scorrettezza grave, un’immagine che aveva colpito il pubblico sportivo e non solo: il judoka egiziano Islam El Shehaby, che aveva rifiutato al termine dell’incontro di stringere la mano all’avversario israeliano Or Sassonal, è stato rispedito a casa dalla sua stessa squadra. Una decisione giunta dopo che il Comitato olimpico egiziano lo aveva rimproverato invitandolo ad uniformarsi «ai principi e agli standard di sportività». Quello di El Shehaby non era stato l’unico gesto che ha rischiato di compromettere lo spirito di solidarietà tra atleti che dovrebbe caratterizzare i Giochi olimpici.

Alcuni gruppi ebraici, come l’Anti-Defamation League, avevano denunciato atteggiamenti ostili verso la delegazione israeliana a Rio de Janeiro mettendo sotto accusa le delegazioni di Libano e Arabia Saudita.  Secondo uno dei tecnici della squadra di vela d’Israele, Udi Gal, la delegazione libanese aveva rifiutato di dividere con degli atleti israeliani l’autobus diretto al Maracanà per l’evento dell’inaugurazione delle Olimpiadi.  «Quando hanno scoperto che avrebbero dovuto dividere il bus con noi – ha raccontato Gal – hanno protestato e chiesto all’autista di chiudere le porte. È stata una cosa inaccettabile. Gli organizzatori ci hanno detto che volendo potevamo prendere un altro mezzo, ma ormai l’incidente diplomatico era accaduto».

Gianni Riotta racconta di avere avuto una versione dei fatti da uno degli sportivi israeliani presenti a Rio: “Vuoi la vera storia? Comincia da ben prima che El Shehaby vada sul tatami contro Or. Sul web del Cairo infuria una campagna violentissima perché si ritiri. Scrivono: “Sarai la vergogna dell’Islam se combatti contro un israeliano. Se perdi sarai la disgrazia di un’intera nazione e di te stesso. Che succede se perdi con un ebreo? Se vinci che ci guadagni, collabori con un paese di assassini?”. Un commentatore tv minaccia “Non illuderti e non ascoltare chi ti sta illudendo, se combatti non farai felice l’Egitto. Quando torni ti tratteremo da traditore collaborazionista”». In pratica, dinanzi a questa ventata di fondamentalismo anti-Israele, la Federazione egiziana avrebbe “forzato” El Shehaby a combattere e l’atleta avrebbe scelto un compromesso: anziché rifiutare l’incontro si è limitato a non stringere la mano all’avversario. Il judoka sarebbe allora più una “vittima” che un trasgressore dello spirito olimpico. Ma il punto è un altro: cosa c’entrano le Olimpiadi  con tutto questo?