Marino scopre che Roma è un “brand”. Ma fu lui a cancellare SPQR

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A rieccolo “er Marziano“, al secolo Ignazio Marino, l’ex-sindaco che godrà di imperitura memoria unicamente per aver voluto fare l’americano a Roma cancellando dal logo dell’Urbe il celeberrimo SPQR per sostituirlo con un insulso Rome and you. Un sacrilegio storico-culturale che in altre epoche, anche di segno democratico, sarebbe stato sufficiente a farlo accompagnare a suon di pedate fuori dal Campidoglio. Ma ora che siamo decisamente più tolleranti e permissivi, abbiamo educatamente atteso che fossero i suoi stessi compagni a togliergli la fiducia e che si insediasse un prefetto per veder riparato un simile affronto. Un affronto alla storia dei popoli, sia chiaro, e non solo dei romani, antichi e moderni. Uno così pensi che una volta finita l’avventura decida di starsene un po’ in disparte, pensando semmai a rimettere ordine tra le le sue carte, specie fatture e rimborsi spese che, si sa, non rappresentano proprio il suo piatto forte. Invece Marino che ti fa? Come un Nando Mericoni qualsiasi (do you remember “Albertone“, mr. Marino?) si arrampica metaforicamente sui muri del Colosseo per protestare contro il «ritorno di macchine e camion bar» sulla via che, nel suo mito della “terza Roma”, Mussolini volle che fosse initolata all’Impero. «Signora sindaca Raggi – scrive oggi molto più modestamente Marino nella sua petizione per la pedonalizzazione dei Fori imperiali -, ci rifletta e pensi anche al suo bambino che ha portato orgogliosamente in Campidoglio: l’arte e la cultura di cui lei è circondata vanno protetti anche per lui e per gli altri bambini del mondo. La valorizzazione della cultura, proteggerla per i secoli futuri, sono valori superiori al consenso nei prossimi mesi». Tutto giusto, ci mancherebbe. Tranne il pulpito, che alla luce di quanto prima ricordato, è proprio il meno adatto per impartire lezioni di tal tenore. Si rassegni, perciò, il nostro Marino-Mericoni: lui non fa per Roma e Roma non fa per lui. Tornasse piuttosto a fare l’americano. Ma in America, per favore.