L’architetto: ricostruire lì si può, ma dimenticatevi pietra e sassi, solo legno

Ricostruire «com’era e dov’era»? Certo, è possibile, recuperando il contesto sociale e migliorando non solo la sicurezza degli edifici ma anche gli aspetti energetici. Però dimenticatevi pietre e sassi, cioè materiali locali e tradizionali. Le case dovranno essere in legno. Magari con le finiture si potrà simulare quello che erano Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto.
Ma non potrà essere proprio come prima.
A spiegarlo è il presidente del Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, Giuseppe Cappochin. Che cita la parola magica: «rigenerazione». Parola che, negli esperimenti di ricostruzione di interi quartieri fatti in altri Paesi, viene declinata insieme al concetto di ‘‘sostenibilità”.
«Penso – dice Cappochin – che sia necessario ricostruire lì dove le case erano, per mantenere il tessuto urbano e la socialità esistente, per non mandare via la popolazione».
E che sia una strada percorribile, lo dimostrano gli esperimenti di abbattimento di interi quartieri e ricostruzione realizzati in altri Paesi, ad Amburgo per esempio. Certo è un modello realizzato in contesti urbani periferici, che andrebbe ripreso e adattato «con la finalità di creare qualcosa di migliore di quel che il terremoto ha demolito».
Inutile, quindi, recuperare sassi e pietre. «Non sarà possibile ricostruire con gli stessi materiali: sarà necessario utilizzare criteri antisismici – spegne le speranze Cappochin – Poi, però, con le finiture si potrà riproporre il contesto urbano che c’era prima, almeno nei centri storici».
Insomma uguali fuori, ma migliori per sicurezza e impatto energetico: «Su questo – afferma il presidente degli Architetti – mi sembra ci sia una grandissima volontà. Così si riusciranno a superare le lentezze che derivano dall’attuale normativa. Importante è anche la trasparenza: su questo la garanzia dell’autorità anti-corruzione, è davvero importante e mi fa essere fiducioso».
Le scelte da fare sono tante, a partire dai materiali. Ci potrebbe essere un maggior ricorso al legno. «Anche per case multipiano ha caratteristiche importanti non solo sotto il profilo della staticità – dice il presidente degli architetti – ed anche dei consumi pregi. Certo costa di più, ma poi si recupera nel risparmio sui consumi. C’è, poi, un altro vantaggio. Il legno, che va bene anche per edifici multipiano, prevede una costruzione “fuori opera” e la messa in posa sul posto, con tempi di realizzazione contenuti».
L’esperienza internazionale nel campo della ”rigenerazione urbana” prevede comunque un grande coinvolgimento della popolazione, con questionari che chiedano a chi abita nei luoghi da ricreare quali sono i punti di debolezza e di forza del territorio, le priorità di intervento, la propria idea di domani.
«E’ una fase che richiede inizialmente tempo, ma che poi consente di programmare e di essere celeri». Per Cappochin, la ricostruzione delle aree terremotate potrebbe essere lo spunto per sperimentare progetti di ”rigenerazione” anche in Italia, da allargare alle città. Già perché – spiega – il Belpaese conta 10 milioni di alloggi costruiti nel primo dopoguerra, «un colabrodo sia sotto il profilo antisismico che sotto quello energetico».
Ripensare il territorio urbano consentirebbe di mettere mano non solo ai centri storici, ma anche di riqualificare le città e le periferie con una sguardo al futuro. «Gli altri lo stanno già facendo, noi ancora no».