La giunta per le immunità del Senato vota sì all’arresto di Antonio Caridi

Dopo una seduta bollente, la giunta per le immunità del Senato ha detto sì alla richiesta di arresto nei confronti del senatore di Gal Antonio Stefano Caridi trasmessa dai magistrati di Reggio Calabria. Hanno votato a favore della proposta di dire sì all’arresto formulata dal presidente della giunta Dario Stefano dodici senatori del M5S, del Pd, della Lega. Sette sono stati i no, un astenuto, Andrea Augello, mentre il presidente della Giunta Dario Stefano e Nico D’Ascola non hanno partecipato al voto. Caridi, che aveva presentato in giunta la sua memoria difensiva, martedì è stato  ascoltato dai commissari e ha proclamato la sua estraneità ai fatti. Quello dei giudici di Reggio – ha detto – «è un teorema privo di prove», un «escamotage» per metterlo sotto inchiesta. Anche oggi Caridi ha fatto arrivare in giunta una nuova memoria difensiva dichiarandola “decisiva”. Il centrodestra ha chiesto tempo. Stefano l’ha dichiarata inammissibile perché presentata fuori tempo massimo, ma la protesta è tale che alla fine è stato messo ai voti il rinvio. E a favore dello slittamento aveva votato anche il Pd, con il solo no di Doris Lo Moro e Felice Casson, e del M5S. Poi il voto. A decidere adesso sul suo arresto sarà  l’aula di Palazzo Madama.

La vicenda giudiziaria del senatore Caridi

Antonio Stefano Caridi è accusato di essere ai vertici di una cupola segreta della  ‘ndrangheta. «Dirigente e organizzatore della componente “riservata” della ‘ndrangheta» di cui «fruiva dell’appoggio, tramite la sua articolazione di vertice cosca De Stefano in occasione di tutte le consultazioni elettorali alle quali prendeva parte, dalla prima candidatura (elezioni comunali 1997) alle elezioni regionali del 2010». Così il pm della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo tratteggia, nelle prime righe del capo di imputazione dell’inchiesta “Mammasantissima“, la figura del senatore Antonio Caridi. Un politico che grazie ai legami con i De Stefano, secondo l’accusa, avrebbe fruito anche dell’appoggio di tutte le cosche del reggino legate ai potenti boss cittadini: Tegano, Libri, Borghetto-Zindato, Nucera, Caridi, Pelle, Maviglia, Morabito e Iamonte.