Fertility day, bufera sulla Lorenzin: la campagna è fascista. Anzi no, è solo brutta

La ministra della Salute Beatrice Lorenzin ha deciso di istituire una giornata di educazione alla fertilità il prossimo 22 settembre. Un’occasione, nelle intenzioni del ministero, per accendere i riflettori sull’emergenza denatalità. Un problema reale, visto che siamo arrivati al minimo storico di nuovi nati dall’unità d’Italia. Ma la comunicazione scelta dal ministero sta scatenando una polemica che pare destinata a non placarsi tanto facilmente. In questi giorni è stato lanciato il sito Fertility Day 2016: oltre al programma degli eventi e a vademecum come “I giorni fertili, quando farlo?”, c’è una sezione chiamata Fertility Game in cui, vestendo i panni di un avatar maschile o femminile, si ottengono punti evitando i principali fattori di rischio – vita sedentaria, alcol, fumo, droghe, infezioni e cibo spazzatura. Innanzitutto il manifesto: c’è una donna con una clessidra in mano, che rappresenta il tempo che passa inesorabile, e lo slogan: La bellezza non ha età. La fertilità sì. Una frase che pare un atto d’accusa contro quelle donne che scelgono i tempi della procreazione senza lasciare che sia la natura ad imporli. Ma, a parte l’uso ingiustificato dell’inglese, la campagna della Lorenzin viene messa sotto accusa perché ritenuta di “stampo fascista”, perché riecheggia insomma la propaganda del Ventennio di incremento demografico sulla base del principio che “il numero è potenza”. Ovviamente, la parentela ideologica non sussiste, è solo un riflesso condizionato che spinge a vedere un “precedente” in anni in cui le donne avevano esclusivamente il compito di essere madri. Inoltre, la campagna mussoliniana si basava su premi in denaro alle coppie prolifiche e sulla creazione di una filiera assistenziale di aiuto e informazioni alle mamme che per l’epoca (1927) era di assoluta avanguardia.

Ma archiviato l’azzardato paragone resta da capire il senso di una campagna fondata sulla “persuasione” (perché l’informazione è ormai alla portata di tutti e di tutte) che è difficile da comprendere nel 2016, sia perché la maternità ormai viene scelta e non imposta, sia perché proprio la classe politica per prima dovrebbe sapere che gli ostacoli alla maternità oggi risiedono nella totale assenza di politiche family friendly e non certo nell’ignoranza sui tempi fertili delle donne. Su twitter in particolare la protesta è stata talmente accesa e diffusa – si va dall’accusa di fascismo a quella di avere distrutto in un attimo tutti i traguardi raggiunti dall’autodeterminazione delle donne – che il sito della campagna risulta inaccessibile: troppi contatti o un passo indietro dettato dalla prudenza? Gli slogan finiti sotto accusa sono “Sbrigati, non aspettare la cicogna”, di un’ingenuità disarmante, e “La fertilità è un bene comune”, che oggettivamente colpevolizza chi non riesce ad avere figli.

Resta da sottolineare, infine,  una contraddizione in tutta questa ansia di scagliarsi contro la Lorenzin: come mai pochi mesi fa veniva esaltato il diritto alla genitorialità delle coppie gay e oggi la campagna per fare figli viene invece bollata come un rigurgito di Medioevo? Mistero insolubile.