Al buio, con le torce, l’eliambulanza: l’abbraccio dei due bambini salvati

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Il buio, le macerie e la popolazione che con le torce lanciava segnali di sos. Negli occhi dei primi soccorritori del sisma nel reatino sono ancora vive le immagini dei momenti successivi alla violenta scossa dell’altra notte. «Una devastazione peggiore di un bombardamento», racconta Alessandro Giulivi, pilota dell’eliambulanza. «Siamo stati tra i primi ad arrivare. Dopo circa 20-30 minuti dalla prima chiamata d’emergenza alla centrale operativa il nostro elicottero ha raggiunto Amatrice – spiega Giulivi -. Era tutto buio perché l’energia elettrica era andata via. Si vedevano auto in fila che tentavano di scappare e la gente ci faceva segnali con le torce».

Il racconto del pilota dell’eliambulanza

L’eliambulanza del 118 è atterrata in un piazzale ad Amatrice già predisposto per le emergenze. «Abbiamo fatto un primo volo con 7-8 feriti. Tra loro c’era anche una bambina. Dopo i trasporti d’urgenza negli ospedali siamo andati in giro per le case per cercare di salvare vite umane. Abbiamo estratto due bambini in un’abitazione crollata a SS Lorenzo e Flaviano, una frazione di Amatrice. Li abbiamo portati fuori facendo una sorta di catena umana tra le macerie. Quando li abbiamo raggiunti erano spaesati e ci abbracciavano stretti». Il pilota del 118 ricorda anche il soccorso di una coppia. «Abbiamo prima estratto il marito e poi, dopo circa 6 ore, la moglie – prosegue – Fortunatamente era viva e l’abbiamo trasportata con l’eliambulanza in ospedale». E c’è invece chi ha nella mente i volti delle tante vite spezzate. «Quando ho alzato l’ennesimo lenzuolo per constatare il decesso di un ragazzo c’era un soccorritore accanto a me che ha riconosciuto il figlio e ha detto “E’ il mio ragazzo” – ricorda Barbara Cerreto, medico del 118 del Lazio, intervenuta ad Amatrice l’altra notte – Le immagini dei tanti peluche e delle piccole vite spezzate sono state davvero strazianti come anche le urla di una ragazza che sopra le macerie della sua casa urlava i nomi dei familiari, ma non rispondeva nessuno».