Renzi e Alfano, due abusivi. Restano lì solo perché la democrazia è sospesa

Se in Europa, Italia compresa, s’aggira lo spettro del populismo, la soluzione – a detta di molti illuminati – c’è e pure abbastanza semplice: mettere la democrazia a bagnomaria. Non abolirla formalmente, certo, ma nei fatti, cominciando a considerarla come un lusso non sempre disponibile, specie quando incombono non meglio precisate ragioni di interesse superiore, meglio ancora se di carattere economico-finanziario. Prendete il nostro caso: abbiamo un premier non eletto né indicato dal corpo elettorale, la cui maggioranza è tale solo grazie al soccorso a chiamata di un gruppo – l’Ala di Denis Verdini – composto da transfughi eletti nelle fila dell’opposizione. Un vulnus mai sanato neppure da un voto parlamentare. I più irriducibili nostalgici della volontà popolare pensavano perciò di rifarsi con il referendum di ottobre, ma già si parla di novembre inoltrato per consentire a Matteo Renzi di trasformare la legge di stabilità in un marchettificio elettorale. E se neanche questo trucco funzionasse, è già pronto il tocco del prestigiatore: lo spacchettamento in più quesiti del referendum per depotenziarne la carica politica e permettere così al premier di restare in carica anche in caso di sconfitta. E non è finita: abbiamo un ministro dell’Interno, il cui nome rimbomba nelle intercettazioni di una delicata inchiesta giudiziaria per via di un fratello piazzato al vertice di una società controllata di Poste Italiane con uno stipendio annuo lordo di 160mila euro nonostante l’evidente deficit di titoli (appena una laurea triennale), che ha già annunciato urbi et orbi che non si dimetterà. Si sente forte perché Renzi e il Pd lo hanno blindato, diversamente da quanto fecero con i ministri Lupi e Guidi, costretti alle dimissioni nonostante – come Alfano – non risultassero inquisiti. Nessuno, neppure i Cinquestelle, ha obiettato più di tanto. In compenso, l’inchiesta è sparita dai giornali. Morale della favola, sondaggi alla mano, abbiamo un abusivo (Renzi) a Palazzo Chigi, che si regge su un pugno di stupratori della volontà del fu-popolo sovrano, e un altro (Alfano) al Viminale, ma è assai improbabile che, come imporrebbero la Costituzione e la dignità nazionale, gli italiani verranno chiamati a confermarli. Semplicemente non si può: c’è il Montepaschi da salvare, il bail-in da rinnegare, la Brexit da dimenticare e, in prospettiva, un Donald Trump da esorcizzare, un Norbet Hofer da reimbrogliare e, ça va sans dire, delle terga da salvare. E la democrazia? Che domanda: per ora le fanno la festa e poi la festeggeranno, tutti insieme come sempre, il prossimo 25 Aprile. Viva l’Italia.