Il padre del poliziotto ucciso a Dallas: “L’America sta esplodendo”

«Cosi mio figlio Patrick, sopravvissuto a tre turni di servizio in Iraq senza un graffio, è morto ammazzato nel centro di Dallas e la sua bambina di due anni adesso è orfana». Sulla porta della casa di Rick Zamarripa c’è un cartello che da il «benvenuto a tutti gli amici», e un crocefisso con una scritta che invita ad accettare sempre la volontà di Dio, si legge su “la Stampa“.

Zamarripa, ucciso a Dallas, era sopravvissuto a tre missioni militari

Lui indossa una maglietta nera del Dipartimento di Polizia di Dallas, e in testa porta un cappello della US Navy, tributi alla memoria del figlio di 32 anni, ucciso venerdì con quattro colleghi da Micah Xavier Johnson. Cominciamo da qui. Perché Patrick era entrato nelle forze armate? «La nostra famiglia ha una tradizione militare. Sua sorella era già in Marina, e lei è stata l’ispirazione per Patrick. Poi è inutile negarlo: per gente come noi le forze armate sono l’occasione per un posto sicuro, uno stipendio, l’integrazione, e la possibili tà di ricevere un’istruzione e una carriera». Che servizio aveva fatto? «Tre volte in Iraq e Kuwait. Dopo il primo turno, quando mi aveva detto che voleva tornarci, avevo cercato di dissuaderlo: hai già fatto il tuo dovere. Lui però aveva risposto che sentiva l’obbligo di completare il lavoro».

“Mio figlio diceva che ormai la gente in America ha paura dei poliziotti”

Perché poi era entrato in polizia? «Quella era la sua passione da sempre. Fin da bambino diceva che voleva indossare la divisa blu. Il servizio militare gli aveva dato la possibilità di realizzare il suo sogno, e l’aveva colta». Era preoccupato per lui? «Sì, non posso nasco nderlo. L’ho sempre sostenuto in tutto, ma avevo paura. Ogni volta che succedeva qualcosa in giro, lo cercavo subito per sentire se stava bene, e alla fine del servizio di giornata lui mi mandava un messaggio per dirmi che era a casa». Patrick avvertiva la rabbia verso i poliziotti? «Aveva più paura a girare per le strade del Texas, che a fare le pattuglie in Iraq e Kuwait per difendere i pozzi di petrolio». Si sentiva abbandonato? «Diceva che ormai la gente in America ha paura dei poliziotti: li vede come minacce, invece di persone che rischiano la propria vita per proteggere quella degli al tri». Perché sta accadendo tutto questo? «Nel caso dei neri, la violenza risale agli anni Sessanta, ma ora è peggiorata. La reazione però è insensata. Guardate cosa è successo a Dallas: il killer diceva che voleva uccidere gli agenti bianchi, e ha ammazzato un ispanico, un membro come lui delle minoranze discriminate». I poliziotti non sono troppo violenti? «Sono tesi, si sentono minacciati, hanno paura per la propria sicurezza. Magari tra di loro ci sono pure alcune mele marce, però capita ovunque. Giudicarli tutti come se fossero dei criminali, per colpa di pochi elementi cattivi, è ingiusto e pericoloso. Alle volte sono duri, certo. Ma lo sono con chiunque rappresenti una minaccia per la sicurezza, bianchi, neri, gialli, perché quello è il loro mestiere».