In Francia è caccia all’islamista. Il capo dei servizi segreti: “Denunciateli”

«All’indomani del 13 novembre la Francia era attraversata da stupore, dolore, ma anche resilienza, capacità di reagire in modo positivo a eventi traumatici. Si parlava di tornare subito nei ristoranti, andare ai concerti, dimostrare che i terroristi non l’avrebbero avuta vinta. Oggi l’atmosfera è diversa. L’attentato del 14 luglio a Nizza segna un cambio di direzione. Non possiamo più fare finta che non sia successo niente, la vita quotidiana d’ora in poi cambia. E infatti i sentimenti oggi sono molto diversi: al posto di stupore e resilienza, senso di impotenza e collera». Il politologo francese Dominique Moïsi parla al “Corriere della Sera” di una nuova Francia post-14 luglio.

L’attentato del 14 luglio a Nizza segna un cambio di direzione

Perché dopo il Bataclan e dopo Nizza le reazioni sono così diverse? «Quando si parla di attentati terroristici, uno più uno non fa due, ma molto di più. Cioè le conseguenze sono progressivamente più pesanti da un punto di vista emotivo. Non dimentichiamo che un mese fa ci fu anche l’orrore di Magnanville, la coppia di poliziotti sgozzati in casa davanti al figlio di tre anni. L’ondata di patriottismo, la Marsigliese e i tricolori alle finestre, li abbiamo già vissuti dopo il 13 novembre. Adesso prevale la rabbia, e la sensazione di non essere protetti».

Dopo Nizza il 67% dei francesi dice di non avere più fiducia in Hollande

Lo indica anche il sondaggio appena uscito. Dopo il 13 novembre Hollande era riuscito a sembrare un capo credibile contro il terrorismo. Adesso il 67% dei francesi dice di non avere più fiducia in lui.  «È comprensibile, anche se bisogna cercare di non andare da un estremo all’altro. Il governo deve essere più efficace, ma credo che il punto sia affidarsi di più alla società civile. Credo in una israelizzazione della realtà francese. Dobbiamo sviluppare una sorta di sesto senso. E questo si applica in particolare alle famiglie e agli amici delle persone che si radicalizzano. Devono accorgersi per forza che chi sta accanto a loro è cambiato, e allora lo devono denunciare. Avvertire psichiatri, polizia, giustizia».

Quanta omertà esiste verso gli islamisti?

In questo modo lei tocca il tasto sensibile della rete di omertà, e quindi di complicità con i terroristi. «Certamente. Dite che non avete niente a che vedere con il terrorismo? Cominciate con il denunciare i vostri vicini quando sconfinano nell’islamismo radicale. Lancio una pietra nello stagno, lo so».  Che pensa del rischio di guerra civile che molti evocano? «Non lo escludo. Auspico una mobilitazione della società civile proprio per evitare la guerra civile».  Il capo dei servizi Patrick Calvar è stato molto chiaro, teme prossimi scontri tra gruppi di estrema destra e musulmani.  «Visto il suo ruolo, Calvar avrebbe potuto usare più cautela. Ma è un rischio reale».