Imam espulso da Alfano faceva campagna elettorale per il PD di Renzi

Ora tutti si affrettano a prendere le distanze dai suoi modi autoritari felicitandosi che gli Interni gli abbiano dato il foglio di via col divieto di tornare in Italia per i prossimi 15 anni. Ma quando Mohamed Madat era un rispettato imam sull’Appennino, tutti a Castelnovo Monti facevano la gara ad aiutarlo. E a farsi aiutare tanto che il locale Pd non si oppose a portarlo al seggio dove si svolgevano le primarie per la scelta del candidato sindaco, si legge su “il Giornale“.

Il Viminale lo ha rispedito in patria, ma nel Reggiano per i compagni era uno di loro

A raccontarlo a Reggiosera è stato Enrico Bini, oggi sindaco sotto la Pietra di Bismantova, ma che nel 2014 sfidava da outsider il candidato di bandiera Dem Giuliano Maioli: «Madat sosteneva Maioli e telefonava per chiamare al voto molti extracomunitari che non conoscevano l’italiano». Bini ha rivelato a Reggiosera di essersi anche lamentato con la direzione provinciale del partito, invano. Bini la spuntò nei voti e divenne sindaco, dove riuscì anche a far chiudere a Madat il centro islamico di preghiera abusivo. Tanto che poi lui si è dovuto trasferire a Vicenza, dove la Polizia l’ha monitorato per mesi, giusto il tempo di accorgersi della sua radicalizzazione e spedirlo in patria.

Nessuno oggi ha voglia di chiedersi perché il Pd avesse così bisogno dei voti di Madat

Evidentemente l’ambizione elettorale mischiata a buonismo e multiculturalismo tipica dei Dem provoca anche inconvenienti di questo tipo, specie se non si controlla bene chi ci si mette in casa. In tutti i sensi. Il Comune di Carpineti, amministrato dal Pd, si offrì di pagagli persino l’affitto di casa. Lui il lavoro l’avrebbe perso anni dopo, ma le condizioni della famiglia, Madat è sposato con 4 figli, necessitavano un interessamento. Che arrivò puntuale quando il sindaco in persona chiese ad un abitante un appartamento sfitto. Detto, fatto: il Comune ha pagato a Madat 220 euro al mese di affitto per diversi anni. Ma il proprietario non riuscì mai ad entrare in casa per controllarne, come suo diritto, le condizioni, pena il ritrovarsi il nerboruto imam sul pianerottolo con un’accetta. Ma tutto gli era concesso perché Madat gestiva il centro islamico di Felina e diventava il punto di riferimento della preghiera mussulmana in Appennino.