Expo, figuraccia internazionale: mafia infiltrata negli appalti, 11 arresti

Alla faccia delle dichiarazioni rassicuranti di Beppe Sala, amministratore dell’Expo, le cosche sono riuscite a infiltrarsi, attraverso Fiera di Milano, nei golosi appalti per l’Expo. E’ una spallata micidiale alla reputazione del neo-sindaco di Milano, già commissario unico di Expo 2015 dal 2013 al 2015 e Amministratore delegato di Expo 2015 dal 2010 al febbraio 2016, l’inchiesta della Dda meneghina che ha portato a undici arresti e che svela come la mafia, in barba ai tromboneschi proclami di Sala, è stata agilmente in grado di dribblare tutti i controlli e aggiudicarsi i lavori di costruzione di pezzi fondamentali della rassegna.
Al centro dell’inchiesta della Dda di Milano c’è il consorzio di cooperative Dominus Scarl specializzato nell’allestimento di stand, il quale ha lavorato per la Fiera di Milano dalla quale ha ricevuto in subappalto l’incarico di realizzare alcuni padiglioni per Expo tra cui quello della Francia e della Guinea equatoriale.
Secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Sara Ombra, le società del consorzio erano intestate a prestanomi di Giuseppe Nastasi il principale indagato, arrestato con il suo collaboratore Liborio Pace e l’avvocato del Foro di Caltanissetta, Danilo Tipo, ex-presidente della Camera penale della città siciliana.
Le società coinvolte ricorrevano a una sistema di fatture false per creare fondi neri. Il denaro veniva poi riciclato in Sicilia dove gli indagati avevano legami con la famiglia di Cosa Nostra dei Pietraperzia.
Il Gico della Guardia di Finanza sta effettuando un sequestro preventivo per circa cinque milioni di euro.
Ma ciò che pesa di più sono le parole del gip che ha firmato i provvedimenti. E’ «chiaro», scrive il giudice Maria Cristina Mannocci, che un «meccanismo quale quello emerso dalle indagini è stato reso possibile da amministratori di aziende di non piccole dimensioni, consulenti, notai e commercialisti che in sostanza «non hanno voluto vedere» quello che accadeva intorno a loro».
E’ severo e preoccupante il giudizio del giudice nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di 11 persone, tra cui Giuseppe Nastasi, l’amministratore di fatto del consorzio di cooperative Dominus Scarl che ha ottenuto in subappalto, attraverso una società controllata di Fiera Milano spa, anche lavori all’Expo.
Il giudice parla di «gravi superficialità», ma «certamente anche grazie a convenienze», da parte di «soggetti appartenenti al mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni».
E per «alcuni» di loro «si profila peraltro un atteggiamento che va oltre la connivenza». Tra l’altro, scrive ancora il gip, nell’ipotesi accusatoria alla base dell’inchiesta «gli “affari” al nord servono anche per finanziare» un clan di Cosa Nostra a Pietraperzia, in provincia di Enna.
Ma come ha fatto la mafia a eludere i controlli? L’utilizzo «di prestanome a capo del Consorzio Dominus» ha consentito «agli indagati – scrive la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano nel decreto con cui ha disposto l’amministrazione giudiziaria della Nolostand spa, società del gruppo Fiera Milano attraverso la quale gli arrestati nel blitz antimafia hanno ottenuto appalti dell’Expo – di aggirare sia i controlli istituzionali svolti dalla Dia e dalla Prefettura, che le procedure di internal audit, controlli e verifiche che, seppur formalmente attivate, non hanno evidenziato anomalie in ragione della mimetizzazione degli indagati all’interno del Consorzio».
Nel decreto si segnala che «i soggetti indagati (…) per reati di associazione di stampo mafioso e riciclaggio, hanno avuto, ed hanno nell’attualità, contatti continuativi con dirigenti ed organi apicali di Nolostand» finalizzati «all’ottenimento o alla proroga di importanti commesse nel settore dell’allestimento di eventi espositivi/fieristici milanesi».