Da Genova a Pisa, due immigrati marocchini sospettati di terrorismo

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E dopo due giorni arriva anche l’apertura dell’indagine per associazione con finalità di terrorismo a carico di Abdelfettah Mezouari, il marocchino arrestato 48 ore fa per droga. L’iscrizione dell’indagato straniero è legata al materiale che la polizia postale ha trovato sul cellulare e sul computer dell’uomo. Nelle immagini sono chiari i riferimenti all’attività jihadista.

Genova, marocchino indagato per terrorismo

Il marocchino ora indagato per terrorismo viveva nel Savonese ed era stato arrestato insieme al fratello in una inchiesta della procura distrettuale antiterrorismo di Genova. E allora, entrando nel merito dei dettagli dell’indagine, si evince che in particolare sullo smartphone di Mezouari è stata trovata una foto di un uomo che indossa una cintura da cui escono alcuni cavi elettrici, come una sorta di cintura esplosiva. Nell’immagine, va chiarito, si vede solo l’addome e non il volto del soggetto. ma non è ancora tutto: sul suo profilo Facebook, infatti, risultano pubblicati due video ritenuti interessanti dagli inquirenti. In uno si vede un jihadista che parla in arabo e poi incendia tre fantocci. Nell’altro, definito come “ambiguo”, si vede un aereo che rappresenta il ramadan, il mese di preghiera e digiuno per i musulmani, effettuare un viaggio in cui vengono mostrati ai passeggeri i monumenti simboli delle maggiori capitali europee e non solo: dalla Torre Eiffel al Colosseo, passando per le piramidi d’Egitto. Gli inquirenti stanno adesso esaminando cellulari e computer anche del fratello dell’indagato, Rafik, anche lui a sua volta arrestato nella stessa operazione per reati legati agli stupefacenti.

Pisa, istigò alla jihad su Fb, Pm: «è pericoloso»

All’udienza del riesame il pm nonha dubbi e chiede con fermazza di non scarcerare l’imputato: «È un soggetto pericoloso». Di più: a raffrozare la sua richiesta il magistrato rivolgendosi ai colleghi del tribunale del riesame aggiunge: «Se non volete vedere la sua foto sul giornale per qualche attentato, tenetelo in carcere». Così il pubblico ministero Angela Pietroiusti, ha motivato il suo ricorso contro l’ordinanza della corte d’assiste di Pisa che un mese fa aveva concesso gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico a Jalal El Hanaoui, il marocchino di 26 anni, da decenni residente a Ponsacco (Pisa), accusato di istigazione alla Jihad attraverso Facebook. Secondo il pm, El Hanaoui, deve restare in carcere perché potrebbe «commettere reati e perché ha dimostrato di essere pericoloso: nella sua cella è stata trovata una grattugia limata a mo’ di arma». Su questo punto la difesa dell’imputato ha dato battaglia spiegando «che quell’oggetto, anche in base alla sua ossidazione, sembra essere rimasto lì da molto tempo prima dell’arrivo di Jalal El Hanaoui». Non solo: lo straniero – deciso a lasciare la cella – ha reso anche dichiarazioni spontanee riferendo di «vivere una condizione psicologica estrema perché da innocente divido la cella con persone che hanno compiuto reati gravissimi». «Condanno e l’ho sempre fatto – ha poi aggiunto rivolto ai giudici – gli attentati che hanno insanguinato l’Europa e non solo l’Europa, e non ho mai aderito alle idee dell’Isis». Un autodifesa a cui i suoi legali, Marco Meoli e Tiziana Mannocci, hanno aggiunto la riuchiesta di «conferma dell’ordinanza della corte d’assise, giunta dopo una camera di consiglio meditata e motivata e al termine dell’istruttoria dibattimentale».