Brexit, “The Economist” si pente: «La moneta unica fa a pezzi l’Europa»

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Ricordate The Economist, quella specia di Bibbia laica del liberismo e della globalizzazione capace con un editoriale di mettere in crisi – se non un governo – sicuramente una leadership (Do you remember “unfit” mr. Berlusconi)? Sicuramente sì, e certamente ricorderete come – sempre The Economist - si segnalasse per solerzia nell’esigere dagli esecutivi dell’Europa mediterranea il perfetto e puntuale svolgimento dei “compiti a casa”, cioè il varo di quelle cosiddette riforme che sembravano fatte a posto per far star peggio chi stava male e da nababbo chi già se la passava alla grande.

Anni fa “The Economist” aveva definito “inadeguato” Berlusconi

Bene, anzi male, perché era tutto sbagliato. Chi lo dice? Ma The Economist, of course. Sì, il più celebrato magazine della finanza mondiale è stato capace di un’autocritica che neanche un eretico condannato dall’Inquisizione al supplizio della corda. Sentite che prosa: «Nell’ultimo quarto di secolo la maggioranza ha prosperato, ma moltissimi elettori si sono sentiti lasciati indietro. La loro rabbia è giustificata. I sostenitori della globalizzazione, incluso questo giornale, devono riconoscere che i tecnocrati hanno fatto degli errori e le persone comuni ne hanno pagato il prezzo. L’adozione di una moneta europea imperfetta, uno schema tecnocratico per eccellenza, ha portato stagnazione e disoccupazione, e sta facendo a pezzi l’Europa. Strumenti finanziari complessi hanno disorientato i legislatori e mandato in crisi l’economia mondiale, fino a risultare in salvataggi di banche pagati dai contribuenti e, successivamente, tagli di budget. Persino quando la globalizzazione ha provocato enormi benefici, i decisori politici non hanno fatto abbastanza per aiutare i perdenti. Il commercio con la Cina ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di persone e portato vantaggi immensi per i consultatori occidentali. Ma molti operai che hanno perso il lavoro non sono riusciti a trovare un altro impiego a un salario decente». È proprio vero che la Brexit porta consiglio.

Dopo i comunisti ecco i liberisti pentiti

Che cosa dire? La storia, remota e recente, ci aveva abituato ai ripensamenti tardivi dei comunisti, a quel loro riconoscere le ragioni dell’avversario solo a babbo morto, cioè quando l’avversario non c’era più e spesso non c’era più perché avevano provveduto loro a farlo evaporare. Ora dobbiamo prendere atto che i “maddaleni pentiti” attecchiscono anche tra i liberal-liberisti. Forse è il caso di dedurne che nessuno ha la ricetta in tasca per governare la globalizzazione e, soprattutto, che è più saggio che ciascuno, di tasca, pensi alla propria.