Andria, la Cassazione contraddice la Dda e annulla le condanne di 5 jhadisti

Ad Andria non c’era alcuna cellula terroristica. E’ la convinzione della Cassazione che sembra non aver dubbi da questo punto di vista e che ha annullato, senza rinvio, le condanne inflitte nei confronti di cinque presunti jihadisti, ordinando l’immediata scarcerazione dei quattro imputati detenuti (il quinto era già libero dopo la sentenza d’appello).
Per la Suprema Corte l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo internazionale di matrice islamista «non sussiste».
Nei confronti di uno dei cinque imputati, l’Imam della moschea di Andria Hosni Hachemi Ben Hassen, ritenuto dalla Dda di Bari il capo dell’organizzazione, i giudici della Cassazione hanno invece annullato la sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Bari per la rideterminazione della pena con riferimento solo al reato di istigazione all’odio razziale.
Le indagini dei Carabinieri del Ros di Bari ipotizzarono l’esistenza, ad Andria, di due «strutture logistiche dove avveniva l’attività di indottrinamento e di addestramento finalizzata al reclutamento di aspiranti martiri»: un call center ritenuto «luogo di proselitismo estremista e di collegamento ideologico con i gruppi jihadisti operanti nelle varie zone del mondo, nonché di apprendimento delle tecniche di addestramento e di uso delle armi», e la moschea che «non era semplicemente un luogo di preghiera, ma un vero e proprio centro di indottrinamento e rifugio per gli appartenenti al gruppo, quasi tutti clandestini».
A sostegno dell’ipotesi accusatoria, non condivisa poi dalla Cassazione, c’erano intercettazioni telefoniche, ambientali, telematiche e video, oltre a dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Secondo la magistratura barese e i giudici dei primi due gradi di giudizio «l’area barese e foggiana – notoriamente popolata da folte comunità di immigrati, sita a ridosso dei Balcani e, perciò, in posizione di apertura verso l’Oriente ed il Nord Africa – era risultata essere tra le zone più sensibili e, cioè, a rischio di diffusione del fenomeno terroristico».
Gli imputati furono arrestati nell’aprile 2013. In primo grado, nel settembre 2014, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, furono condannati a pene comprese fra i 5 anni e 2 mesi – inflitti a Hosni, e i 3 anni e 4 mesi per gli altri quattro, tutti di nazionalità tunisina: Faez Elkhaldey, detto “Mohsen“, Ifauoi Nour, detto “Moungi“, Khairredine Romdhane Ben Chedli, e Chamari Hamdi. In appello, nell’ottobre 2015, le condanne furono confermate con riduzione di pena a 2 anni e 8 mesi per il solo Chamari Hamdi, già scarcerato dopo la sentenza di secondo grado. Oggi la Cassazione ha stabilito l’insussistenza di quelle accuse.