40 anni fa il disastro di Seveso: quella nube di diossina che scioccò l’Italia

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Quarant’anni fa il disastro di Seveso: un drammatico incidente annoverato come il «primo choc ambientale italiano». Erano le 12.37 del 10 luglio 1976, allora, quando la Brianza verde e laboriosa andava incontro a un incidente epocale in un tranquillo sabato estivo come tanti. Era una giornata comele altre, insomma, quando nel reparto B dello stabilimento Icmesa di Meda, che distilla il triclorofenolo, prende forma quello che sarà ricordato come il «disastro di Seveso». Un reattore si surriscalda, la valvola di sicurezza entra in funzione e impedisce l’esplosione della fabbrica, ma rilascia all’esterno una nuvola bianca. Nonostante il colore rassicurante, quella nube è tutt’altro che innocua: contiene due chilogrammi di diossina, la Tcdd.

40 anni fa il disastro di Seveso

Era una giornata come le altre, insomma, quando nel reparto B dello stabilimento Icmesa di Meda, che distillava il triclorofenolo, prendeva forma quello che sarebbe stato ricordato come il «disastro di Seveso». Un reattore si surriscaldò, la valvola di sicurezza entrò in funzione e impedì l’esplosione della fabbrica, ma rilasciò all’esterno una nuvola bianca. Nonostante il colore rassicurante, quella nube era tutt’altro che innocua: conteneva due chilogrammi di diossina, la Tcdd. La nuvola carica di veleno venne spinta dai venti verso i paesi vicini. Seveso, innanzitutto. Ma anche Cesano Maderno e Desio, il paese che diede i natali a Pio XI, il “Papa alpinista”. All’inizio, tra smentite e parziali ammissioni, in pochi si resero conto di quanto sarebbe stata grande la montagna da scalare. Il primo segnale inquietante, che fece scattare l’allarme e aiutò a prendere coscienza di quanto accaduto, fu la morte di alcune pecore. Poi cominciarono i malesseri delle popolazioni investite dalla nube tossica. Cinque giorni e vennero segnalati i primi casi di cloracne, con i volti e le braccia deformati da un eritema che può lasciare segni permanenti, come accadrà molti anni dopo al presidente dell’Ucraina Viktor Yushchenko, forse avvelenato proprio con la diossina. Era evidente, insomma, che qualcosa di terribile era accaduto. Ma sono le analisi del laboratorio chimico provinciale di Milano a confermare ufficialmente la presenza di Tcdd nell’aria. Era il 19 luglio, e finalmente l’azienda ammise che dallo stabilimento era fuoriuscita “diossina”.

Le consueguenze immediate del disastro

Pochi sapevano di questa sostanza, così come nessuno – non essendoci alcun precedente – sapeva davvero quali provvedimenti adottare, quali precauzioni prendere di fronte a una sostanza che circolava nell’aria e contro la quale non sembrava esistere alcun tipo di barriera. Seveso venne divisa in zone, secondo il grado di pericolosità ambientale. Si cominciò a parlare del rischio tumori. Ma soltanto il 24 luglio venne decisa l’evacuazione per gli abitanti dell’area più inquinata, mentre le colture vennivano distrutte e gli animali da cortile abbattuti. Non solo: il 7 agosto del 1976 il governo autorizzò, tra inevitabili polemiche, gli aborti terapeutici per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta. Verranno eseguiti alla Mangiagalli di Milano e a Desio. Ci sarà anche un «invito» del sindaco a non procreare per sei mesi. Quel 10 luglio passerà alla storia come il disastro di Seveso. Un disastro di proporzioni enormi, l’ottavo di tutti i tempi secondo il Time, con uno strascico giudiziario durato anni sulle richieste di danni e risarcimenti miliardari. Un evento che permise, però, di approvare nuove e più efficaci norme europee (la più nota è proprio la cosiddetta “direttiva Seveso”) che probabilmente hanno impedito altre tragedie e hanno aumentato la sicurezza ambientale.