Virginia, Chiara e la retorica del “forza ragazze, ora fatevi valere…”

Se c’è un aspetto un po’ stucchevole del bla bla bla sul post-voto ebbene questo non è il litigio su chi ha vinto e chi ha perso, la rissa nel Pd, il tirare acqua al proprio mulino dei partiti travolti dall’onda pentastellata. No, tutto ciò era prevedibile e scontato. Il fastidio è procurato, semmai, dalla retorica sulle “ragazze”. Eccole, tocca alle ragazze. Virginia e Chiara. Il potere alle donne. La prima volta delle donne. I maschi messi all’angolo. La rivoluzione “dolce” delle lady grilline. C’è qualcosa di anacronistico in questi linguaggi, in questi luoghi comuni, in queste rivendicazioni “di genere” perché tutti lo sappiamo che due donne hanno vinto non perché erano donne ma per ciò che rappresentavano e per le aspettative che sono state capaci di suscitare. Eppure, alla retorica delle ragazze non si sfugge. E ci cascano un po’ tutti.

Maria Latella, già biografa di Veronica Lario in Berlusconi, a proposito di Raggi e Appendino parla di generazione Candy Candy. E cioè? Cioè “le nate alla fine degli anni ’70” che “sono un interessante mix di sicurezza introiettata grazie all’esempio materno (Chelsea Clinton per dire ha una madre come Hillary) e rapida presa d’atto del fatto che, nei rapporti sentimentali, tocca a loro, alle ragazze Candy Candy, rappresentare il lato forte della coppia”. E quindi lei, Virginia, che veste sempre di bianco per  accordare l’abbigliamento al nome di battesimo, sarebbe quella che fa vivere di luce riflessa il partner? Va detto che il partner, il marito (forse ex) Andrea,  soffrendo di questa mancanza di visibilità, si mette anche lui sotto i riflettori redigendo letterine strappalacrime e conferma: “Virginia è una leonessa”. Magari Virginia è solo una carrierista che ci sa fare. La “leonessa” giusta” per una Roma travolta dalla corruzione. Una che sale senza farsi notare e poi, arrivata in cima, sorride come se stesse per spegnere le candeline sulla torta di compleanno. Disarmante. Temibile.

L’ansia di ingabbiare Virginia e Chiara in uno stereotipo, intendiamoci, ce l’hanno anche quelle che – Michela Murgia su Repubblica – dibattono sul termine giusto per appellarle: chiamiamole “sindache”, mai “ragazze” perché questo minerebbe la loro autorevolezza. E certo, sarà per una questione lessicale e non di scelte politiche che una donna-prima cittadina si vedrà tolta l’aureola di rispettabilità. Ma per favore… ancora con questa storia del vocabolario sessista. Si potrebbe fare un sondaggio a Tor Bella Monaca sul problema sindaco-sindaca. Scusate, voi come la chiamareste? E sarà anche per queste bagattelle che i progressisti in periferia non vedono più un voto.

E infine, Pietrangelo Buttafuoco – già autore di un libro dal titolo eloquente, Femmine – gioca facile anche lui con un commento dal titolo “Le ragazze vincono sempre”, le ragazze che sconfiggono Renzi, le ragazze che non sono “petalose” come gli ex che scrivono lettere sdolcinate. Le ragazze vincono per forza, secondo Buttafuoco, se i ragazzi sono de-viralizzati. Tutta colpa del maschio che si è ritirato dalla storia, dalla civiltà, dalla modernità, come l’Essere heideggeriano.

Ma se lasciamo stare questa annoiata retorica sulle ragazze ci rendiamo conto che soprattutto Raggi e Appendino sono volti convincenti perché non sembrano “costruite” come Maria Elena Boschi o Mara Carfagna, ormai politiche di lungo corso rispetto ai tempi rapidi delle prestazioni politiche. Eppure attenzione: anche in loro due si affaccia un format, un format che col genere nulla ha a che fare: il loro compito era di essere scaltre e abili come un politico navigato dando però l’impressione di essere estranee dalla politica. Lontane, semplici, indifferenziate.

Il grande guaio delle donne in politica è sempre stato il tutoraggio. E anche le grilline hanno un tutor, lo sappiamo tutti. E anche più di uno. Perciò basta con questa storia delle ragazze o delle donne vincenti  o delle sindache. Lasciamo che governino e poi si vedrà. Piuttosto, visto che di politica stiamo parlando, andiamo a vedere quello che le “ragazze” Chiara e Virginia testimoniano: Appendino aveva un’iniziale simpatia per Nichi Vendola, Raggi ha confessato di avere in passato votato Pd anche se ora se ne vergogna. Ebbene, su queste due candidate si sono riversati in massa anche i voti di destra. Capaci di destrutturare le narrazioni ideologiche non perché ragazze, ma solo in quanto simboli disincarnati di una riscossa contro tutto ciò che non va bene, tutto ciò che non piace o non piace più. E’ un vento, un’onda, che travolge le appartenenze politiche e le ideologie. Come nel ’94. E allora c’era un uomo, Silvio Berlusconi, talmente lontano dalle rivendicazioni di genere da fare un giorno sì e l’altro pure battute mutuate dal gallismo italico stile anni Cinquanta. Non è successo che le ragazze o le donne hanno vinto, è successo quello che racconta Sergio Chiamparino, presidente Pd della Regione Piemonte, in un siparietto simpatico riportato nell’intervista odierna al Corriere: a Torino, in via Garibaldi, un cameriere che lo conosce lo ferma per salutarlo. “Come va?”. “Abbiamo avuto giornate migliori” è stata la risposta del presidente della Regione. E quello: “Ma adesso con questa ragazza in Comune arrivano i bei tempi”. Ci ride sopra, ma non troppo. “Capisce? Lo diceva a me, proprio a me. E’ saltato ogni schema. E’ sparito il senso di rappresentanza tipico del Novecento, ma ormai la gente slega le persone anche dalla loro appartenenza”.