Vincono le donne e perde Renzi. Ma il centrodestra deve darsi una mossa

Ci sarà tutto il tempo, nei prossimi giorni, per trarre approfondite conclusioni politiche dall’esito dei ballottaggi. Ma non si può fare a meno, a caldo, di evidenziare l’evento storico che per la prima volta una donna diventa sindaco di Roma, Virginia Raggi. Una giovane del M5S che ha travolto il candidato di Renzi, Roberto Giachetti. Un dato che fa il paio con il dato non meno clamoroso di Torino, dove un’altra donna, anch’ella grillina, Chiara Appendino, ha sconfitto il sindaco uscente del Pd, Piero Fassino. Due donne conquistano due capitali d’Italia: Roma, la capitale odierna; Torino, la prima capitale storicamente parlando, la capitale del Risorgimento. E’ una concomitanza di eventi  che contiene un indubbio significato  politico-simbolico.

Per Renzi la sconfitta più bruciante è Torino

Sotto il profilo della politique politicienne, il risultato di Torino è, per Renzi, ancora più bruciante di quello romano. E ciò non solo perché Fassino partiva in vantaggio, ma anche perché il bilancio della sua amministrazione di sindaco uscente era, a detta di molti, un bilancio positivo. Questo significa che, a Torino, la motivazione politica è risultata prevalente su quella strettamente amministrativa. Conclusione? L’immagine del Pd  di Renzi, per un candidato a sindaco, non rappresenta una risorsa bensì un handicap.

Ha pesato la crisi sociale

Sui risultati di Roma e Torino ha anche inciso l’aggravamento della crisi sociale. Parliamo infatti di due città in profondo disagio (che si è approfondito  nonostante le promesse di Renzi). Sia Raggi sia Attendino hanno saputo rappresentare l’esasperazione dei ceti medi e delle fasce popolari. Non si può certo dire che le due candidate abbiano offerto un speranza, però sono comunque state due catalizzatori di rabbia e frustrazione. Va anche detto che su entrambe si è diretto il voto di molti elettori di centrodestra rimasti orfani dei loro candidati. Si può pensare che abbia avuto un certo effetto l’endorsement di Salvini per i candidati del M5S nei Comuni dove il centrodestra non era al ballottaggio. Però fa riflettere il fatto che il “favore” pare che non sia stato ricambiato dai grillini, almeno a Milano, dove Parisi è stato sconfitto di misura da Sala e dove s’è registrata un’alta astensione.

Una lezione per il centrodestra

E qui veniamo al problema del centrodestra. Nel complesso, il risultato non è stato affatto negativo, anzi. Il centrodestra ha vinto in dieci capoluoghi di provincia, prevalendo sul partito di Renzi in città come Savona, Novara, Olbia, Grosseto, Trieste. A Benevento è diventato sindaco l’inossidabile Clemente Mastella. Però il risultato che lascia l’amaro in bocca è quello di Milano, l’unica grande metropoli italiana dove il centrodestra era in campo e dove si concentrava  l’elettorato d’opinione. Tante speranze s’erano accese nelle settimane passate. Il risultato di Parisi è certo stato lusinghiero, ma, a Milano, l’elettorato “moderato” è rimasto a casa. Cinquecentomila astenuti sono un dato che pesa. Poi, certo, quel 48% è comunque una buona base per ripartire, ma la strada sarà lunga. La lezione che arriva da questa tornata amministrativa (non solo il ballottaggio, ma anche il primo turno) è duplice: 1) il centrodestra deve superare divisioni e personalismi; 2) il centrodestra deve riprendere i contatti con la società (in questi ultimi mesi è parso troppo ripiegato su se stesso e troppo rinchiuso nella cittadella delle beghe politiche). La campagna referendaria potrà offrire un’occasione di rilancio. Ma potrebbe  non bastare se, nello stesso tempo, il centrodestra non riuscirà a offrire un’alternativa complessiva (di programma, di linguaggio e, soprattutto, di stile politico) alla società. Insomma, occorre darsi una mossa. Se non ora, quando?