Via D’Amelio, giallo sul depistaggio Scarantino: spunta La Barbera

Emergono nuovi particolari sul presunto depistaggio nel corso delle prime indagini sulla strage di via D’Amelio: nel ’94 un poliziotto della Scientifica di Palermo, Bartolo Iuppa – all’epoca fidanzato di Lucia Borsellino, figlia del magistrato – ricevette la visita di due poliziotti che lavoravano con lui, i quali gli dissero che non volevano sottostare ai diktat del capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, che voleva imporre a Vincenzo Scarantino le dichiarazioni da rendere sulla stragi di via D’Amelio.
Sembra inoltre che La Barbera venne a sapere che i due poliziotti avevano fatto questa confidenza e li allontanò dal gruppo di investigatori che indagavano sulle stragi Falcone e Borsellino, il cosiddetto “gruppo Falcone-Borsellino”.
Iuppa avrebbe confidato questi particolari a Gioacchino Genchi, anche lui ex-funzionario di polizia e consulente di numerose Procure.
Quest’ultimo, alcuni giorni fa, avrebbe rivelato tutto all’ex-procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, oggi sostituto procuratore generale a Palermo, nel corso di una conversazione.
Gozzo ha immediatamente trasmesso una relazione di servizio alla Procura nissena, che ha ascoltato negli ultimi giorni Iuppa, Genchi, Gozzo, Manfredi e Lucia Borsellino.
Secondo quanto emerso, Genchi avrebbe negato tutto davanti ai pm di Caltanissetta, dicendo di avere incontrato Gozzo nei giorni scorsi, ma di non avergli rivelato nulla di quanto accaduto nel ’94. L’ennesimo mistero sulla strage di via D’Amelio è venuto fuori stamani, in apertura dell’udienza del quarto processo per l’eccidio del 19 luglio ’92.
Il procuratore aggiunto Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani dovevano iniziare la requisitoria, ma hanno fatto presente la novità alla Corte d’assise e poi hanno chiesto di sentire i testimoni di questa vicenda.
Prima di avanzare la richiesta, però, è stato concesso un termine alle parti per studiare i verbali degli interrogatori resi da Iuppa, Gozzo, Genchi e dai Borsellino.
L’udienza è stata sospesa fino a mezzogiorno e poi è ripresa con la richiesta dei pm alla Corte d’Assise di ascoltare le persone coinvolte nel nuovo mistero chiarendo com’è andata, effettivamente, la gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino e del depistaggio conseguente.
Il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani hanno, infatti, chiesto alla Corte d’assise di ascoltare come testimoni il magistrato Domenico Gozzo, il poliziotto-perito informatico Gioacchino Genchi e il poliziotto Bartolo Iuppa sulle confidenze riguardanti il depistaggio e la gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino.
I rappresentanti dell’accusa hanno chiesto pure di ascoltare Manfredi e Lucia Borsellino, figli del magistrato ucciso nell’attentato del 19 luglio ’92, e l’ex-questore di Palermo Giovanni Finazzo, la ex-dirigente della polizia scientifica di Palermo Margherita Pluchino e un altro funzionario della Scientifica, Vito Calvino.
«Gioacchino Genchi mi ha sempre espresso l’opinione che Scarantino fosse farlocco, dicendo che per questo aveva abbandonato il gruppo (d’indagine, ndr) Falcone-Borsellino, non condividendo più le strategie di indagine sulla strage di via D’Amelio – ha detto nei giorni scorsi, davanti ai magistrati di Caltanissetta che lo interrogavano, il poliziotto Bartolo Iuppa – Nel corso degli anni ho parlato più volte con Genchi del depistaggio, ma esprimendo solo mie valutazioni personali non ancorate a fatti concreti e non ho mai ricevuto confidenze da poliziotti appartenenti al gruppo Falcone-Borsellino né sulla strage di via D’Amelio né sulla gestione di Scarantino».
«Una volta – ha aggiunto Iuppa ai magistrati – ero a cena a casa di Borsellino e si parlò di Bruno Contrada. Il figlio del magistrato, Manfredi, mi chiese come lo conoscessi e aggiunse che si trattava di uno pericolosissimo».
Dal suo punto di vista Gioacchino Genchi, nel corso dell’interrogatorio reso ai magistrati di Caltanissetta, ha confermato di non avere ricevuto confidenze da Iuppa su eventuali depistaggi.
A sostenere il contrario è il magistrato Domenico Gozzo in una relazione di servizio scritta dopo una conversazione con Genchi il 27 maggio scorso al palazzo di giustizia di Palermo.
Di qui la decisione di richiedere la testimonianza dei tre, Gozzo, Iuppa e Genchi, per un confronto.
Dai verbali di interrogatorio di Iuppa, peraltro, emerge un’altra circostanza quantomeno sorprendente, confermata da Genchi: nel gennaio 1994 Rosalia Basile, all’epoca moglie del falso pentito Scarantino, si recò sotto casa della famiglia Borsellino, in via Cilea, a Palermo, per parlare con Agnese Borsellino, vedova di Paolo Borsellino, delle violenze che Scarantino subiva mentre era detenuto nel carcere di Pianosa.
Iuppa fu testimone diretto perché il giorno in cui si verificò il fatto stava riaccompagnando a casa Lucia Borsellino, con la quale aveva una relazione all’epoca. Genchi, sentito dalla Procura nei giorni scorsi così come Iuppa, ha confermato di avere appreso questa circostanza dallo stesso Iuppa, quando è stato interrogato.
L’avvocato Flavio Sinatra, legale di Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati per strage, si è opposto all’audizione di Gozzo in quanto si tratta di un magistrato che ha lavorato proprio alle nuove indagini sulla strage di via D’Amelio quando era procuratore aggiunto a Caltanissetta.
Il pm Stefano Luciani, nel motivare la sua richiesta, ha precisato che Gozzo – attualmente sostituto procuratore generale a Palermo – può essere ascoltato visto che ha fatto una relazione di servizio su un fatto nuovo in un momento in cui non è più in servizio a Caltanissetta.
A decidere le richieste di audizioni, la Corte d’assise chiusa in camera di consiglio.