Ha un tumore al seno, non può allattare, le negano l’adozione: non è gay

Non è un gay o una lesbica. E’ una donna come tante altre. Ma ha un tumore al seno e non può allattare. E i giudici negano a lei e al marito l’adozione di un bimbo. E’ una storia crudele quella capitata – in tempi di stepchil adoption per i gay – a una donna dichiarata dal Tribunale dei Minori troppo invalida per adottare un bambino. Con un’aggravante: per i giudici è troppo malata, l’Inps, invece, di contro, l’ha giudicata troppo poco malata per richiedere i permessi dal lavoro previsti della legge 104.
Non si può immaginare una vicenda più disumana e spietata nell’Italia che fa il tifo per le adozioni alle coppie gay di quella vissuta da questa 42enne di Torino che, da 13 anni, lotta strenuamente contro un carcinoma mammario arrivato alla terza recidiva.
Secondo l’ente previdenziale, la malattia si è stabilizzata e la donna non ha più diritto ai tre giorni settimanali di astensione dal lavoro per motivi di salute.
Alcuni anni fa, invece, i giudici non avevano ritenuto la donna, che col marito aveva presentato domanda quando era rimasta sterile dopo la seconda recidiva del tumore, idonea all’adozione in quanto proprio per la malattia non avrebbero potuto occuparsi adeguatamente di un bambino ed allattarlo.
«Abbiamo seguito il corso organizzato dal Tribunale – racconta la donna incredula della via Crucis al quale la burocrazia italiana la sta costringendo – poi ci siamo sottoposti a sei mesi di consulenze e visite, tutte superate. Sono venuti a casa nostra, hanno analizzato tutta la nostra vita e dato l’idoneità, poi bloccata dalla sentenza del giudice. Dice che consuetudine vuole che debbano passare almeno cinque anni di remissione, mentre io ero nel quarto». Una consuetudine, dunque. Nulla di insuperabile. Prima che arrivasse il quinto anno è tornato il tumore. E per la magistratura italiana, che sulla question ha piena discrezionalità e può decidere come meglio crede, questo le vieta di adottare un bimbo.