“Ma quale omofobia? Ho difeso mio figlio da molestie sessuali”

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«Ma quale omofobia, ho solo cercato di difendere mio figlio dai continui ricatti, e dalle avances sessuali, di quell’uomo…». Si difende così l’imprenditore cuneese accusato di avere organizzato un raid punitivo contro l’amante del figlio perché non accettava la sua omosessualità. L’uomo è assistito dall’avvocato albese Matteo Ponzio. «È ovvio che non si è trattato di una spedizione omofobica – sostiene in una intervista al quotidiano La Stampa -. Voleva invitare l’uomo a smettere di importunare il figlio ed è intervenuto soltanto dopo che quell’uomo ha tentato di investire il giovane con l’ auto».

“Omofobia? No, difendevo mio figlio 18enne dalle molestie di un 40enne marocchino”

«È stato mio figlio a chiedermi aiuto, raccontando di aver conosciuto su Internet un quarantenne che lo tormentava con insistenti minacce a sfondo sessuale», dice l’autore del raid. Il professionista della provincia di Cuneo, è accusato di avere aggredito il marocchino 40enne residente ad Alba e un suo amico cinquantenne che erano in macchina con il figlio diciottenne, oltre a un ignaro passante, scambiato in un primo momento per un loro sodale. L’aggressione è avvenuta nella notte dello scorso 16 maggio in un’area di servizio di Benevello, in provincia di Cuneo. A scoprirlo sono stati i carabinieri, che hanno denunciato il noto professionista cuneese e l’amico che lo ha accompagnato, un artigiano anche lui noto in città, per concorso in lesioni personali aggravate, violenza privata, minacce e danneggiamento.

I carabinieri indagano per capire se dietro l’accusa di omofobia ci sia altro

«Quella sera – spiega Matteo Ponzio, avvocato albese che difende il padre del ragazzo -, il mio assistito ha accompagnato il figlio per invitare il quarantenne a smettere di importunarlo. Vedendo arrivare il padre però, l’auto del cittadino marocchino, condotta da un altro (un cinquantenne suo amico), ha cercato di fuggire tentando di investire il giovane. Per fortuna ha solo colpito il suo scooter. A quel punto il padre è intervenuto. È ovvio che non si è trattato di una spedizione omofobica».  La versione è al vaglio dei carabinieri, che proseguono le indagini per far luce sull’episodio.