Piene, eruzioni, terremoti: Italia più a rischio della Francia. Siamo preparati?

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Piani di messa in sicurezza delle opere in caso di alluvioni ed esondazioni. Ma anche di pronto intervento per i terremoti, di evacuazione in caso di attacchi terroristici, di trasporto addirittura in altre città – è il caso di Napoli – se si dovesse concretizzare il timore di una nuova eruzione del Vesuvio, mentre per Pompei si stanno studiando speciali tipi di copertura che consentano agli affreschi di sopravvivere alle piogge di ceneri. Se a Parigi l’eccezionale maltempo di queste ore ha fatto scattare piani di allerta nei principali musei, Louvre in testa, l’Italia si prepara da anni a fronteggiare emergenze e calamità. Con direttive e protocolli già pianificati per ogni tipo di sciagura. E in molti casi anche con esercitazioni pratiche. Un sistema avanzato, spiegano il segretario generale del ministero Antonella Pasqua Recchia e il Prefetto Fabio Carapezza Guttuso, responsabile della commissione per la sicurezza del ministero guidato da Dario Franceschini, che ha fatto tesoro delle tante calamità subite negli anni dal patrimonio artistico italiano, dall’inondazione di Firenze del ’66 fino alla bombe agli Uffizi degli anni Novanta. Oltre ai terremoti, dall’Irpinia all’Aquila, da Friuli, Marche e Umbria fino all’ultimo, quello che nel 2012 ha colpito l’Emilia Romagna. E che punta molto sul coordinamento e il lavoro di squadra tra le varie forze in campo.

Le piene europee hanno allertato anche l’Italia

«Un’integrazione perfetta tra tecnici della sicurezza, dalla protezione civile ai vigili del fuoco, con gli esperti del ministero, dagli storici dell’arte ad archeologi, architetti, restauratori». Siccome poi l’Italia è varia, le problematiche possibili sono tante e diverse da luogo a luogo e nel belpaese una città d’arte non corre gli stessi rischi di un’altra, ogni singolo museo, spiega Carapezza, «ha un suo piano di emergenza specifico al quale si aggiungono piani complessivi di intervento». Linee stabilite a cui si aggiungono le esercitazioni, anche queste diverse a seconda delle diverse minacce. A Napoli per esempio, «qualche anno fa si è fatta una grande esercitazione per il rischio Vesuvio», ricorda il prefetto. A Firenze, dove il pericolo più in agguato è invece quello dell’Arno, «si sono fatte esercitazioni per mettere in sicurezza da acqua e fango le opere di musei, chiese, biblioteca». Qui, precisa Carapezza, una serie di protocolli con le forze dell’ordine hanno già stabilito il da farsi in caso di una nuova esondazione. E se agli Uffizi, depositi e gabinetto fotografico (particolarmente danneggiati nel’66) sono stati comunque già spostati a piani alti, esiste un protocollo per spostare in luoghi sicuri e anche top secret i capolavori dell’arte, tutti già schedati con precisione in modo da non perdere nulla nella concitazione dello sgombero. A Roma, poi, c’è un piano specifico in caso di minaccia terroristica, con controlli capillari al’ingresso, metal detector e piani di evacuazione dei luoghi più affollati dai turisti, a partire da Fori e Colosseo. Dopo il terremoto dell’Emilia, fa notare Carapezza, sono nate le Unità di coordinamento regionale per le emergenze, che coordina tutti gli uffici territoriali del mibact operando in collegamento con prefetture e autorità locali. Il personale di tutti gli istituti del Mibact è stato formato con appositi corsi e simulazioni. In ogni regione è stato individuato un luogo di deposito sicuro per le opere “sfollate”, sorta di ospedali del patrimonio. «L’esperienza ce l’ha insegnato – conclude il prefetto – quando c’è una calamità ci si salva solo con il lavoro di squadra e l’integrazione tra le diverse forze in campo».