«Non voti chi dico io? Ti licenzio»: condannato per violenza privata

Le elezioni amministrative si “nutrono” anche dei voti conquistati con il ricatto del posto di lavoro: o voti per il “mio” candidato a sindaco, o ti licenzio. Prova ne è una sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna per violenza privata nei confronti di un datore di lavoro di Lamezia Terme (Catanzaro) che aveva “ricattato” un suo dipendente con un metodo minatorio che la Suprema Corte definisce «un singolare e anomalo provvedimento», camuffato dall’imputato sotto la formula della «sospensione temporanea del lavoro a tempo indeterminato» che altro non era che un vero e proprio «licenziamento in tronco», come lo hanno definito i supremi giudici. Per di più inflitto «ad appena due giorni dalle elezioni» amministrative per il rinnovo del consiglio comunale, rileva la Cassazione.

La sentenza della Cassazione

Il verdetto, come a volte succede, non riporta l’entità della pena comminata ad Agostino Lucia, il datore di lavoro quarantenne imputato in questa vicenda, ma spiega che l’imprenditore è stato processato «perché compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere Giuseppe A. a dare il voto di preferenza per le elezioni amministrative al sindaco Gianluca Cuda e non a Tonino A., fratello della parte offesa, minacciandolo che altrimenti lo avrebbe licenziato». Con la loro decisione i supremi giudici hanno reso definitiva la condanna emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro l’8 giugno 2015 a carico del Lucia, condannato alla stessa pena anche in primo grado dal Tribunale di Lamezia Terme il 24 aprile del 2012. Senza alcun successo, l’imprenditore ha cercato di difendersi: la Cassazione ha ritenuto «implausibili» le «giustificazioni offerte nell’assumere di aver adottato, nei confronti della persona offesa, un singolare ed anomalo provvedimento di sospensione temporanea del lavoro a tempo indeterminato, che si risolveva, in realtà, in un licenziamento in tronco, ad appena due giorni dalle elezioni». Il ricorso del datore di lavoro è stato dichiarato inammissibile, con condanna a versare mille euro alla Cassa delle ammende e a pagare duemila euro di spese legali per la difesa del lavoratore messo sotto ricatto elettorale e costituitosi parte civile nel processo.