Né Brexit né Italy exit: Fratelli d’Italia deve distinguersi da Salvini

L’assassinio – le ragioni non sono ancora del tutto chiare – di Jo Cox, deputata laburista contraria alla Brexit (Britain exit), disegna una scena tragica alla vigilia del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea: il 23 giugno gli inglesi dovranno decidere votando per “Leave” o “Remain”. Ad oggi, la divisione del campo rimane intorno a questi due possibili esiti del referendum al quale sono chiamati i sudditi di Sua Maestà. Non è possibile adottare altra distinzione e tantomeno farla coincidere con le tradizionali metà campo destra/sinistra e ancor meno con quella conservatori/laburisti. Sia i Tory che i Labour, sono attraversati dai due schieramenti che si contrappongono per il Si e il No all’uscita. La consultazione é stata convocata da David Cameron, primo ministro e leader dei conservatori, sia pure come elemento di pressione su Bruxelles per ottenere uno status privilegiato. E poi, come il classico apprendista stregone, l’inquilino di Downing Street non è riuscito a bloccare il meccanismo del referendum, una volta che è partito. Tra gli stessi Tory, a lui si contrappone l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, suo eterno rivale, il quale è il sostenitore più acceso e visibile della Brexit.
Nel Labour, il fronte del “Remain” può contare sul leader Jeremy Corbyn (tiepido) e adesso anche sull’ex premier Gordon Brown, molto attivo in favore del “Remain”; ma la base, il grosso dei Labour, il blocco sociale della “working class” sembra simpatizzare per la Brexit. La quale – stando ai sondaggi – sembrerebbe in vantaggio. Ma, nel Regno Unito, i sondaggi d’opinione non hanno grande affidabilità e si discute molto sulle modalità di rilevamento (via smartphone o telefono fisso; a domicilio o via web; intervistati della City o fuori; anziani o giovani) che influenzano il risultato finale. Fino a qualche giorno fa gli allibratori propendevano per “Remain”, in questi ultimi giorni hanno riequilibrato le scommesse verso il “Leave”.

Salvini: Sì a Brexit, gazebo della Lega per la Itxit

In Italia il più convinto tifoso dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è Matteo Salvini. “”Il Sì alla Brexit potrebbe essere la fine di un incubo, del dominio delle banche e della finanza, la fine dello strapotere di quattro burocrati e l’inizio di un mondo nuovo, fondato sul lavoro, su regole giuste e sul buonsenso”, sostiene il leader della Lega. Ne è talmente convinto che ha annunciato che il Carroccio il 23 giugno organizzerà sul territorio nazionale i gazebo per “fare votare anche gli italiani”. Propaganda, più che una puntuale tesi politica. Enfatizzata da un attacco al presidente del Consiglio Europeo, il polacco Donald Tusk, accusato dal segretario del Carroccio di “terrorismo mediatico” per avere paventato, con l’uscita di Londra dall’Ue, “la fine della civiltà occidentale”. Salvini, in questi giorni, ha rincarato la dose anti-Ue:”Il nazismo e Hitler sono stati sconfitti dalla storia. Purtroppo l’Unione Europea di oggi fa gli stessi danni che facevano i carrarmati e le bombe settant’anni fa. Ammazzano con la finanza, invece di utilizzare i fucili, ma il risultato è lo stesso. Invece delle camicie brune ci sono quelli in giacca e cravatta che stanno a Bruxelles. E sortiscono lo stesso identico risultato”, ha detto ai microfoni della Zanzara a Radio 24. Prima della Germania hitleriana, Salvini aveva tuonato contro “il terrorismo europeo di stampo sovietico che cerca di influenzare il voto”. Insomma, camicie brune e Kgb, mescolati insieme pro Brexit: un cocktail non sappiamo fino a che punto appropriato.

Anche le destre populiste europee si dividono su Leave e Remain

In realtà, Salvini va dietro a Marine Le Pen che aveva comunicato di volere attraversare la Manica a fare campagna in favore del Sì. Prudentemente ci ha rinunciato: il Comitato “Leave” aveva fatto sapere che la sua presenza non sarebbe stata gradita. Ma, nel panorama delle “destre” che crescono nel Vecchio Continente, i pareri sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione sono discordi. In Germania, i populisti di Alternative fur Deutschland – che con il 14% sono il terzo partito dopo Cdu e Spd – sono molto critici nei confronti di Bruxelles, ma non si sognano di chiedere l’uscita da una Ue, oggi dominata dalla Germania di Angela Merkel. Afd non si è schierata a favore della Brexit: preferisce attestarsi sulla linea di un riformismo forte, dall’interno, nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. “L’uscita della Gran Bretagna dall’Ue sarebbe fatale perché i britannici sono spesso la voce della ragione…e portano con sé correttivi salutari alla pazzia dell’espansione del progetto”, ha detto la leader del partito Frauke Petry. Inoltre – secondo la Petry – se la “Gran Bretagna lascia, perderemo un contributo al bilancio” con la conseguenza che sarebbe Berlino a doversi “prendere sulle spalle le perdite finanziarie dell’Ue”. Chiaro: su qualunque affinità “ideologica” prevale l’interesse nazionale tedesco.
Anche Thulesen Dahl, capo del Partito popolare danese, ha dichiarato che “molti danesi sono stanchi del modo in cui funziona l’Unione Europea”, ma chiarendo che il partito – il quale fa parte, insieme ai Conservatori inglesi, del gruppo Ecr al Parlamento europeo – è sulla linea di Cameron: rivendica un trattamento speciale per Copenaghen, ma senza lasciare l’Ue.

L’Europa divisa tra sì e no

A favore della Brexit e quindi per una Öxit (Österreich exit) è, invece, schierata l’Fpo che, con Hofer, ha mancato di un soffio la presidenza della Repubblica austriaca; stessa posizione, hanno l’estrema “destra” fiamminga, Vlaams Belang, che ha raddoppiato i suoi voti due anni fa e il Partito della Libertà olandese, il cui leader Geert Wilders pensa che la “Brexit renderebbe più facile per altri Paesi fare la stessa scelta”. A gennaio Wilders ha avuto quasi un terzo dei seggi in Parlamento – 42 su 150 più di Laburisti e Liberali considerati insieme – e un sondaggio dà un’ipotesi di “Nexit” (Netherland exit) vincente, pur di poco, nell’opinione degli olandesi. Da notare che, invece, i governi a guida nazional-populista dell’Europa centro-orientale vogliono lucrare sull’eventuale Brexit per aumentare il loro peso contrattuale; ma Varsavia, Budapest, Praga e Bratislava non pensano affatto di andarsene dall’Ue e perdere fondi europei e libertà nel movimento dei propri lavoratori su cui stanno costruendo il loro modello di sviluppo. Lo stesso premier ungherese, Viktor Orban – l’uomo nero del muro anti-immigrati – sulla Brexit è molto conciliante: non la vuole per gli inglesi e non vuole nemmeno una Huxit (Hungary exit) perché non intende perdere la sua fetta di torta delle sovvenzioni europee; a parte che quasi tutto l’export del Paese non va oltre i confini dell’Unione. Chi glielo farebbe fare? Farage avverte i ragazzi italiani: con la Brexit non c’è più posto

Mr Farage: bye bye Regno Unito

Ma torniamo in Gran Bretagna. Qui è in gran spolvero Nigel Farage, il leader dell’Ukip (Uk Independence Party), il partito lib, di “destra”, anti-Ue, che si batte da sempre per il divorzio di Londra da Bruxelles. Farage – che al Parlamento Europeo fa gruppo con M5S al quale è legato da un misterioso mastice, probabilmente di fattura casaleggiana – è il maggiore sponsor, insieme a Johnson, del “bye bye” del Regno Unito. Intervistato da Aldo Cazzullo (Corriere, 11 giugno) Mr. Farage che si autodefinisce “un guerriero dell’indipendenza del Regno Unito” e ritiene che Gianroberto Casaleggio fosse “un genio”, ci annuncia: “Grillo e io distruggeremo la vecchia Unione Europea. Il 19 giugno i 5 Stelle eleggono il sindaco della capitale e cambiano l’Italia. Il 23 giugno la Gran Bretagna esce dall’Unione e cambia l’Europa. Avremo un effetto domino. Dopo di noi gli altri Paesi del Nord se ne andranno uno dopo l’altro. Per prima la Danimarca, poi l’Olanda, la Svezia, l’Austria. Questo referendum è l’evento più importante dal 1957: l’Ue sta per crollare. Disintegrata in tanti pezzi”. Un timing rivoluzionario. Il leader dell’Ukip può credere o dire ciò che vuole, anche il fatto che lui e Grillo abbiano in mano l’Europa. Vedremo. Più importante è quello che manda a dire ai nostri giovani: ” I ragazzi italiani che lavorano nella City, come nei ristoranti, sono meravigliosi. Non ho nulla contro di loro. Ma non reggiamo più: la sanità pubblica sta saltando, i nostri giovani non trovano casa e lavoro, Londra non è più una città inglese. Gli italiani in gamba potranno continuare a venire; ma con le nostre regole, non con quelle di Bruxelles”. È chiaro. Se passasse la Brexit, ci sarebbe un giro di vite nei flussi d’ingresso che colpirebbe anche gli italiani che arrivano in Gran Bretagna col ritmo di 50 mila l’anno (un terzo si stabilisce a Londra). Non è una cosa da poco: il socio europeo di Grillo (il quale però mantiene una certa ambiguità) ci avverte. Che ci possano essere sconvolgimenti nelle Borse, inclusa quella di Milano e che i titoli bancari possano subìre gravi perdite, può riguardarci; ma molto più deve toccarci la condizione degli italiani che vivono in Inghilterra: il loro lavoro, il diritto ai servizi sanitari, la loro qualità di vita. I connazionali che vivono in GB sono 600 mila e ci interessano molto: il loro interesse è il nostro, è l’interesse nazionale.

FdI mediti: criticare l’euro, ma non uscire dall’Ue

L’ entusiastico “apparentamento” tra le “destre” radicali in Europa non ha fondamenta: proprio perché “rights”, esse sono legate all’idea stessa di Nazione. Ciascun Paese partorisce una sua “destra”; la quale, per sua stessa natura, “vede” sempre e solo l’ interesse nazionale. Il proprio, naturalmente. Non le si può chiedere di perseguire l’interesse nazionale altrui. Neppure in nome di “affinità elettive” che, tra identità e differenze, ci sono nella galassia dei populismi europei. Sarebbe contro natura. Ed è illusorio credere a un’Eurodestra magari guidata dalla Le Pen, che pure ha uno spessore politico e culturale internazionale. Se Salvini aspira a costruire una Lega “nazionale” – impresa di per sé non semplice – farebbe bene a valutare gli effetti immediati e a lungo termine della Brexit. E anche quelli di una futura Itxit (Italy exit). Molto di più dovrebbe farlo Giorgia Meloni, leader della destra parlamentare che ha ereditato il simbolo e il “depositum fidei” di Msi e An. Per calcolo o per prudenza, la presidente di Fratelli d’Italia, reduce dall’affermazione personale e anche politica nelle Amministrative a Roma, non si è ancora pronunciata sulla Brexit. Ha fatto bene nell’immediato; ma a condizione di non lasciare questo spazio “vuoto” e di non delegare a Salvini la rappresentanza della posizione di Fdi su un tema così importante che agita il discorso pubblico in Europa e nel mondo. Questione che è anche di matematica politica: a che cosa è servita, anche da destra, la critica – per buona parte giusta – a un’Europa troppo sbilanciata sugli interessi della Germania e di fatto guidata dalla Merkel, se poi il probabile effetto dell’addio di Londra spoglierebbe l’Unione di un partner di peso – qual è l’Uk – in grado di contrastare una Eu troppo “tedesca” ? Perché – anche sotto questo profilo – la “destra nova” di Salvini e a maggior ragione della Meloni si dovrebbe sbracciare per la Brexit ? Inoltre: che vantaggio avrebbero Lega e FdI se, con la vittoria della Brexit, venisse meno un Paese, grande e ricco, riottoso quanto si vuole, ma in grado di dare una mano nella redistribuzione dei rifugiati tra i Paesi europei ? Non è questa una delle richieste più pressanti dell’Italia ? E poi: perché mai perdere la destra “conservative” di Cameron – che domani non ci sarà più negli organi comunitari, incluso il Parlamento europeo – certo tanto diversa da Fdi e ancor più dal Carroccio, ma sempre utile come sponda politica e culturale, alternativa al Pse di Hollande, Renzi e Martin Schultze ? E, guardando più avanti: può anche andare bene una posizione di forte critica all’euro, fino alla “minaccia” di uscire dall’eurozona: un passo che in un programma di governo andrebbe ponderato con molta attenzione; ma può un partito come Fratelli d’Italia seguire le ruote del Carroccio nell’avventuristica idea di un’Itxit, di un’Italia che abbandona l’Unione Europea ? Un partito “nuovo”, rappresentato in Parlamento, con una leader giovane, che comincia a essere conosciuta anche all’estero, che ha il 20 per cento dei consensi nella Capitale, potrà mai scegliere di posizionarsi – anche sul piano dell’estetica politica – su postazioni anti-europee così nette, “più a destra” di Orban e della Petry ? Non è nella sua tradizione, piuttosto, una critica martellante e patriottica, ma dall’interno dell’Unione, nonostante le sue maledette contraddizioni ? Un conto è che questo estremismo euro-scettico lo interpreti Salvini, un altro che possa domani farlo la “right” erede dell’idea dell’Europa-Nazione, oggi solo romantica; ma erede anche del “Sì” convinto ai Trattati istitutivi della Comunità europea, che la generazione politica la quale ha preceduto Giorgia Meloni – quella di Almirante, Romualdi, Rauti – ha scritto nella tradizione e nella cultura politica della destra italiana. Un “Si” sempre attuale che – comunque vada il referendum a cui è chiamato il popolo britannico – è diametralmente opposto al “Sì” di oggi alla Brexit e domani all’uscita dell’Italia dall’Unione Europea.