La metamorfosi dei ballottaggi: referendum anticipato su Renzi

La Politica come la Storia può avere improvvisi picchi, tornanti, svolte, discese. Ce lo insegna Oswald Spengler (e, di recente, Jacques Attali, anche se il suo libretto Breve storia del futuro, edito in Italia da Fazi, sembra un abstract del poderoso Il tramonto dell’Occidente).
Osservatori, opinionisti e attori della politica italiana avevano giá preso la lunga rincorsa per l’appuntamento con la piccola rivoluzione d’ottobre renziana: il referendum costituzionale sulla legge-Boschi. Ma, all’improvviso, dal Palazzo vanno udendosi, rumori sconvenienti, grida sregolate, sassi lanciati nella vetrina che l’estetica governativa aveva già approntato per la cavalcata gollista d’autunno del presidente del Consiglio: è il Popolo. Ci si stava scordando che esiste. C’è, invece; irrompe: vuole dire la sua. E con le elezioni “parla”. E, visto che il premier il referendum lo vuole su di sé, lo sta accontentando, ma stabilendo lui, Demos, quando la consultazione si farà: non in autunno, si comincia subito; adesso. Adesso, adesso: domenica 19 giugno. Saranno i ballottaggi il primo referendum su Matteo Renzi. I cittadini di Roma, Milano, Torino e Bologna, rappresenteranno tutti gli italiani nel dire sì o no al capo del governo. Angelo Panebianco (Corriere, 6 giugno) spiega la propria simpatia per l’elettore che vota per «la specificità delle elezioni a cui sta partecipando» rispetto a quello «eccessivamente ideologizzato, uno che non ha bisogno di informarsi sui candidati locali e i loro programmi, uno che vota per il Consiglio comunale e per il sindaco a prescindere, pro o contro Renzi». In tempi normali avrebbe ragione: è così, dovrebbe essere così.

Ballottaggi, l’arroganza del premier aiuta l’unità tra elettori delle opposizioni

Ma, a volere la trasformazione è stato il premier-segretario. È lui che si è lanciato in questa folle corsa verso il plebiscito su se stesso. Sembra Fetone nelle Metamorfosi di Ovidio, alla guida del carro del Sole: «I quattro destrieri si scatenano, lasciano la pista usuale e smettono di correre in modo ordinato. Lui si spaventa e non sa da che parte tirare le briglie che si è fatto affidare, non sa più dov’è la strada, e anche se lo sapesse, non riuscirebbe a controllarli». Infatti, da un lato dice, con finto distacco, a Lilli Gruber: «Magari fossero le Amministrative il problema del Pd»; dall’altro fa campagna elettorale a tutti i candidati sindaci Democratici: da Sala a Giachetti, a Fassino; la Valente non più: non ce l’ha fatta a passare al secondo turno. E ciò nonostante l’“oro di Napoli” – non quello di Marotta e De Sica – ma i 272 milioni stanziati dal Governo, certo per Bagnoli, ma contro De Magistris: tutto inutile, la sua candidata è arrivata terza. Ora è inevitabile che, utilizzando Palazzo Chigi in favore dei suoi candidati in lizza, promettendo a destra e manca risorse e interventi, gli elettori dei partiti di opposizione vivano i ballottaggi come un referendum anticipato contro il premier-segretario; ed è altamente probabile che ai ballottaggi si registrino convergenze e “scambi” – soprattutto tra Lega-Fdi e Cinque Stelle – contro il Nemico Principale. Gliela vogliono fare pagare. Anche per la tracotanza che è un vestito che non dismette mai. È diventato, via via, un caudillo che – smaniando dentro la comunicazione di se medesimo – non avverte che ad ogni proclama, apparizione o dichiarazione, produce flussi di antipatia – ormai anche personale, oltre che politica – in strati sempre più diffusi della popolazione. Questo idem sentire – insieme alla comunanza di interessi politici tra forze a lui avverse – potrebbe fabbricare risultati fino a ieri imprevedibili, quali la sconfitta di Sala e Fassino, più difficile quella di Merola a Bologna. È la mutazione genetica del referendum in «giudizio di Dio» su di lui che produce l’anticipo del referendum ai ballottaggi. Ballottaggi che, se dovessero avere un esito contrario ai candidati sindaci di Renzi, lo metterebbero nell’angolo.

E se dovesse fracassarsi il cocchio di Matteo?

Ai ballottaggi una collezione di sconfitte nelle grandi città sarebbe una questione politica che non si può archiviare come serie di vicende locali.
Renzi è il primo presidente del Consiglio che entra in modo così invasivo e scomposto dentro un appuntamento elettorale amministrativo. Al primo turno si è fatto male, ma nessuno ancora gli ha presentato il conto. La minoranza dem deve seguire il copione che il segretario non può essere attaccato a elezioni ancora in corso. E, miracolosamente, quasi nessun commentatore gli ha ancora prospettato le conseguenze politiche di sconfitte al secondo turno. Tutti aspettano i ballottaggi. Anche il Quirinale, con occhio felpato e crescente preoccupazione, guarda ai ballottaggi e a cosa sta combinando Renzi. E a Bruxelles lo stesso: l’unica cosa che cresce in Italia è l’assottigliarsi del tasso di crescita. Tutti lo aspettano al varco. Anche la fauna politica, verdiniana e opportunista, la suburra trasformista attratta dal leader democratico, vuole capire fino a quando il carro del vincitore sarà tale. Non vuole trovarsi là sopra – insieme a Matteo-Fetone – se dovesse accadere che «per gran tratto si disperdono i resti del cocchio fracassato».