Massimo Coco: «Non perdono le Brigate Rosse che uccisero mio padre»

«Se per perdono intendiamo la rinuncia alla vendetta, dico di sì; se significa mettere da parte il rancore allora è ipocrisia. Il rancore è una cosa tanto intima da non poterla gestire politicamente, mentre una forma di perdono la garantisce già lo Stato, io la accetto e anzi la condivido: i permessi premio, la possibilità di scontare una parte della pena fuori dal carcere e in generale di rifarsi una vita». Lo dice in un colloquio con la Stampa Massimo Coco, figlio del magistrato Francesco Coco assassinato l’8 giugno 1976 a Genova – insieme a due agenti di scorta – dalle Brigate Rosse.

Massimo Coco: nessun perdono per le Br

«Stavolta anticipano la ricorrenza d’un giorno, ci sarò», aggiunge. «A parte gli scherzi ho un ruolo istituzionale, da rappresentante dell’Aiviter (Associazione italiana vittime del terrorismo, ndr) e alla fine è giusto esporsi anche per chi non ha la forza, la voglia, il tempo di farlo. Certo se pensiamo che si trattò del primo omicidio compiuto dai brigatisti, non si può dire che i processi siano stati troppo efficaci (nessuno è mai stato condannato come esecutore materiale, ndr). E d’altronde basta ricordare che nel 1999 nemmeno si fece la commemorazione qui, nel punto della strage».

«Gli anni di piombo? Ancora da metabolizzare»

Qualche anno fa lo aveva cercato un partito di centrosinistra: «Il mediatore era un giornalista e mi disse: “È probabile che ti chiederanno se vuoi candidarti, nel caso cosa faresti?”. Io voto, in modo eclettico, ma stop. Ho sempre rifiutato le etichette su mio papà e non ne volevo certo per me. Tra l’altro diceva che un magistrato, secondo lui, nemmeno avrebbe dovuto votare. E poi più che in Parlamento ho capito che il posto migliore dove parlare sono le scuole». Sugli anni di piombo in Italia «non siamo ancora pronti per storicizzare», dice, «nessun Paese europeo ha vissuto un’esperienza del genere con il terrorismo politico, e di conseguenza nessuno ha ancora tanti protagonisti di quella stagione così presenti nella vita pubblica. Perciò sono sicuro che non abbia senso chiederci di voltare pagina: meglio accendere la lampada e quelle pagine non si voltano, ma si leggono e si rileggono fino a impararle davvero. Dico male?».