L’analisi – Dopo-Brexit: centrodestra tra revisione dei Trattati e uscita dalla Ue

A Eton– la scuola aristocratica che ha formato Cameron e Johnson – non si insegnano cose che le élite di governo possono imparare solo sui marciapiedi della politica. Profondamente vissuta. Il miracolo all’incontrario di cui la “destra” inglese – considerata in senso molto molto lato – è responsabile, si spiega così. Se poi ai due conservatori aggiungete Mr Farage, avete il trio al completo on the right dei responsabili del più grande disastro politico della storia europea recente. Purtuttavia, il popolo della Gran Bretagna ha votato e il verdetto va rispettato. Poco peseranno ripensamenti, tentativi di tornare indietro, o le lacrime autentiche, come quelle degli elettori più giovani,  o di coccodrillo, come di coloro a cui è piaciuto giocare alla roulette russa, convinti che il colpo alla tempia del Leave non sarebbe mai uscito. Che poi il Labour non rida, non è di conforto e non riequilibra gli errori del primo ministro conservatore. Il leader laburista Corbyn adesso rischia di essere sfiduciato dai suoi per l’ambiguità con cui ha “condotto” la campagna pro Remain; francamente meraviglia tanto cinismo british miscelato a un furbismo che credevamo tipicamente italico e che, invece, ha grandi interpreti oltre la Manica. Meglio la coerenza di Cameron – il quale lasciando il numero 10 di Downing Street ha dato una lezione di stile – che il bifrontismo del leader laburista. Ma tant’è. Sono riflessioni che non cambieranno il risultato: Londra ha salutato Bruxelles.

Salvini e la mission impossible del referendum

E il centrodestra italiano? Cosa pensa della Brexit, dopo la Brexit? Come si comportano i partiti della vecchia alleanza alternativa alla sinistra? Cosa vogliono fare Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, dinanzi a un avvenimento epocale, che segnerà, come uno spartiacque, la storia e la geografia dell’Europa?
Il fronte non sembra compatto. Si avvertono differenze su un tema che – anche nella prospettiva di un comune programma di governo alternativo a Renzi – non sono questioni da poco. Il centrodestra, qui da noi, vuole davvero unirsi a quanti dopo l’exit della Gran Bretagna, vorrebbero fare uscire la Francia, l’Olanda, l’Austria. A Le Pen, Wilders, Hofer?  In realtà,  alle prime euforie per l’esito del referendum in Gran Bretagna, sembra seguire molta prudenza e un granello di Realpolitik. Un mix di entusiasmo e di astuzia. Da un lato, si vorrebbe cavalcare la tigre del populismo euroscettico che avanza nel Vecchio Continente; dall’altro si comprende che fare imboccare anche all’Italia la via dell’exit dall’Unione Europea, rischia di fare andare in rotta di collisione con l’interesse nazionale.
Matteo Salvini sembra il più deciso nel prendere la strada della “Itxit”, l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea. Ma, è proprio così? In realtà il leader del Carroccio aveva annunciato di volere fare votare anche gli italiani. Il 23 giugno, in coincidenza col referendum inglese, la Lega avrebbe dovuto istituire in tutta Italia i gazebo per consultare i cittadini. Ma, dopo averlo comunicato ai media, il giorno della Brexit di gazebo leghisti neppure l’ombra. Salvini ha rinunciato all’idea e non ha chiarito neppure perché. Dubbi? Timori per l’esito? Difficoltà organizzative? Non è stato spiegato. Certo è che il giorno della Brexit Salvini ha esultato: «Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie Uk, ora tocca a noi». E – come aveva lanciato l’idea poi inattuata dei gazebo – ha aggiunto che la Lega Nord inizierà una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che permetta agli italiani di esprimersi sui trattati europei. Salvini ha affermato di provare «invidia per il fatto che gli inglesi possano votare. Cosa che agli italiani è impedito. Io ho qua l’emendamento che più di una volta abbiamo presentato sia alla Camera sia al Senato in sede di riforma costituzionale che andava a permettere agli italiani di poter votare anche su trattati europei. Cosa che la Costituzione impedisce. Emendamento più volte bocciato da Renzi e dal Pd»; per questo – ha aggiunto – «noi riproveremo fuori da Parlamento a raccogliere le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che permetta agli italiani di votare».
Quindi la Lega è per un referendum popolare, previa modifica della Costituzione. Salvini sa bene che ci sono ostacoli quasi insormontabili per arrivare a questo risultato. Per cambiare la Costituzione, oggi occorre che Camera e Senato approvino la modifica con “due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”: il procedimento previsto dall’articolo 138 della Carta, si rende necessario per sottoporre i trattati internazionali – quali sono quelli dell’adesione dell’Italia all’Unione Europea – a referendum abrogativo in quanto in atto l’articolo 75 non lo consente per questa materia. Il referendum non viene indetto se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere con il voto di due terzi dei suoi membri. Una “mission impossible”, visti i rapporti di forza in questo Parlamento. Se pure si raccogliesse una maggioranza semplice, si darebbe luogo a un referendum confermativo su una modifica che introdurrebbe il referendum abrogativo sui trattati internazionali per poi raccogliere le firme e indire un referendum abrogativo delle leggi che approvano l’adesione all’Ue: una cosa lunare.
Il segretario leghista dovrebbe, a questo punto, augurarsi che il referendum costituzionale sulla “legge Boschi” – fieramente avversato dal Carroccio – passasse la prova di ottobre, in quanto la riforma prevede l’introduzione di referendum popolari propositivi e d’indirizzo: nulla vieterebbe a quel punto di indirne uno su “Remain” o “Leave” dell’Italia nell’Unione, dopo l’emanazione di una legge d’attuazione della nuova norma costituzionale. Un paradosso che mostra tutta la  fragilità della proposta leghista.

Il referendum dimenticato dell’89: vinsero i “sì” all’Unione

In realtà – pochi lo ricordano – c’è stato in Italia un referendum d’indirizzo, unico nel suo genere; per indirlo ci volle una legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2) che il Parlamento varò all’unanimità come legge di iniziativa popolare; il
testo del quesito era il seguente: “Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?”. Un pronunciamento degli italiani, quindi, fu chiesto, sulla nascita dell’Unione Europea. Il referendum si tenne effettivamente il  18 giugno 1989, in contemporanea con l’ elezione del Parlamento Europeo. Parteciparono 37 560 404 votanti, pari all’80,68%. I favorevoli (“Sì) furono 29.158.656 pari all’ 88,03 %; i contrari (“No”) 964. 086    pari all’ 11,97 %. Gli italiani riponevano, con un voto esplicito e maggioritario, grandi speranze nell’ Unione Europea e nel suo Parlamento.
Sono trascorsi 27 anni da quel referendum e sicuramente l’opinione degli italiani è profondamente mutata: i sondaggi ci dicono che l’ euroscetticismo ha fatto molti proseliti. Ma alla domanda perentoria circa l’uscita dell’Italia dalla Ue, non è affatto detto che la maggioranza degli italiani sia favorevole. Anzi. Un referendum del genere potrebbero vincerlo i sostenitori della permanenza nell’Unione.

Mollare l’Ue o scrivere nuove regole d’ingaggio?

Altra questione, più di merito. Ma Salvini è per uscire dall’Ue o per la revisione dei trattati ? Per rivedere le “regole d’ingaggio” o per mollare l’Ue ? Non è affatto chiaro. Ed è un’ambiguità voluta (speculare a quella di Grillo). Intervistato a Radio 24 da Giovanni Minoli, Matteo Salvini aveva dichiarato: “A gennaio presenteremo un piano comune con la Le Pen per la revisione di tutti i trattati. Da quello di Maastricht, a quello di Dublino, a quello di Schengen. Io voglio stare in Europa ma in una Europa diversa”. Era il 10 dicembre scorso.
La linea non era uscire dall’Ue, ma la revisione dei trattati. Una linea che, anche dopo il referendum inglese, il numero uno leghista non sembra volere abbandonare del tutto: “mi piacerebbe che i miei figli crescano in Europa. Se io fossi Renzi – ha sottolineato Salvini – oggi non sarei a Roma ma sarei a Bruxelles a prendere in mano i trattati internazionali, a rileggerli e a riscriverli”. Rilettura, revisione, riscrittura dei trattati, è questione ben diversa da referendum ed “exit”.  È l’opposto. È una strada “riformista”. Dall’interno. Sono contraddizioni non da poco. Che alimentano una percezione di incertezza o di ambiguità.

Le difficoltà della Meloni: licenziare Juncker o licenziarsi da Bruxelles?

Anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, mostra difficoltà a scegliere. Alla vigilia della Brexit, aveva detto: “Egoisticamente mi auguro che il Regno Unito non lasci la Ue perché il Regno Unito ha rappresentato da sempre un argine alla deriva tecnocratica di Bruxelles e alla cessione di sovranità nazionale. Senza il Regno Unito la situazione all’interno della Ue peggiorerebbe. Detto questo, condivido le ragioni dei britannici che vogliono uscire dalla Ue”. Una dichiarazione, pur non netta, in cui sembra prevalere l’interesse nazionale e una posizione contraria alla prospettiva di un’ uscita dell’Italia dall’Unione. Una posizione più chiara di quella di Salvini che allude anche alla “protezione” dei 600 mila italiani che vivono in Gran Bretagna e in particolare dei giovani che lavorano o studiano nel paese. Senza tenere conto del significato politico del voto prevalente per il “Remain” dell’ elettorato giovane. Ma questa tesi ora è appaiata dall’intervento che la presidente di Fdi ha fatto, qualche giorno fa, a Parma, alla convention riunita da Salvini, come cantiere di un centrodestra rinnovato. “Juncker e la commissione devono dimettersi, l’Unione Europa va chiusa e rifondata” ha detto la Meloni. ” I veri antieuropeisti – ha proseguito –  sono quelli che hanno trasformato le istituzioni europee in un comitato d’affari, basta guardare a Juncker e alla commissione nel suo complesso: io credo che dopo il risultato di ieri si dovrebbero dimettere. Questa Unione europea non può essere riformata, perché è marcia fino nelle fondamenta. Bisogna chiuderla e avviare un processo di integrazione fra nazioni libere basata sui bisogni e gli interessi dei popoli”.
L’idea è quella di “una nuova Commissione che gestisca la chiusura della attuale Ue e la costituzione di una nuova Unione”, perchè le “istituzioni europee sono distanti anni luce dai problemi della gente. Ora vogliamo che in Europa torni la democrazia, che su questi temi siano sempre i popoli a scegliere e che le istituzioni europee vengano restituite alla gente e tolte dalla proprietà dei comitati d’affari. È una lezione di coraggio per tutti i popoli europei e un esempio che vogliamo seguire”. –
Ok. E quindi ?  Bisogna licenziare “questa” Commissione  e “questa” Unione, non per licenziarsi da Bruxelles e tornare agli Stati nazionali sic et simpliciter; occorre fare un’Unione diversa. Così sembra di capire. Il che presuppone un impegno forte, ma nel sistema Eu, per modificarlo da dentro: la sostituzione della governance ci può stare. L’altra strada è più “radicale” e richiede un impegno deciso per fare  uscire il Paese dall’ Ue. Un’ambivalenza che anche l’attuale destra parlamentare è chiamato a sciogliere.

Berlusconi vuole rifondare: serve congresso Ppe

Infine, Forza Italia, pur nella consueta polemica con l’Europa germano-centrica e merkeliana, non va più in là della richiesta di Berlusconi di un Congresso straordinario del Ppe “per lanciare una proposta di rifondazione dell’Unione Europea”.
Anche l’ex premier e il suo partito quindi assumono una tesi riformista: rifondare l’Unione. La possibilità che l’Italia lasci le attuali istituzioni comunitarie, non rientra nei programmi di FI, però offre un punto di partenza comune. “Quando Salvini dice che così l’Europa non va e che bisogna modificare tutti i trattati ci trova perfettamente d’accordo”, ha detto Giovanni Toti, governatore forzista della Liguria.
Dopo la Brexit, probabilmente la revisione dei Trattati potrebbe diventare la base comune critica all’Unione Europea da parte del centrodestra. Il quale, ben difficilmente potrebbe adottare come proposta unitaria una “Itxit”. Anche perché sarebbe difficile spiegare agli italiani come e perchè rientri nel loro interesse nazionale.