Dopo la batosta Renzi ci ripensa: se perdo il referendum non me ne vado

Niente dimissioni, siamo inglesi. A dar retta a un “retroscena” di Repubblica, sembrerebbe infatti che Mattteo Renzi abbia deciso di smentire se stesso e, quindi, di non dimettersi in caso di sconfitta al referendum confermativo di ottobre. A folgorarlo – secondo la ricostruzione del giornale diretto da Mario Calabresi – sarebbe stato il recente annuncio del primo ministro britannico David Cameron di voler restare al numero 10 di Downing Street anche in caso di affermazione della Brexit. Fosse vero, dovremmo tutti finalmente convincerci che il profilo del nostro premier corrisponde perfettamente a quello sagomato dai suoi critici più feroci: un bulletto che gioca a fare lo statista e che in realtà è solo preoccupato di accumulare potere per sé e per il suo cerchio magico. Non si spiegherebbe altrimenti il suo voltafaccia sul significato politico dell’appuntamento di ottobre. Suo e di ministri come Maria Elena Boschi, che delle riforme costituzionali sottoposte a referendum è la madrina. I due – a questo punto è fin troppo evidente – si erano impegnati pubblicamente a dimettersi in caso di vittoria del “no” solo perché la ritenevano impossibile mentre ora che i ballottaggi hanno certificato la saldatura spontanea dell’elettorato di centrodestra con quello grillino in funzione anti-Pd, la paura fa novanta. Un esito non previsto che ha finito per amplificare le proporzioni e il significato della sconfitta. A uscirne a pezzi, la zoppicante narrazione renziana dell’Italia attuale e il personalissimo approccio al partito a vocazione maggioritaria. In due anni di governo, infatti, il premier ha oscillato tra la tentazione di sedurre l’elettorato berlusconiano e la necessità di accontentare quello tradizionale. Se in parte gli è riuscito, è stato solo grazie al senso di Pierluigi Bersani per la disciplina di partito, al senso di Angelino Alfano per la poltrona e al senso di Denis Verdini per il potere. Ma, si sa, si può riuscire a fregare qualcuno per molto tempo, tutti per poco tempo ma non tutti per molto tempo. Chi tenta di farlo, è destinato a farsi male. Renzi, infatti, ha deluso i “destri” e indispettito i “sinistri”. Risultato: i primi non hanno abboccato e i secondi gli hanno voltato le spalle. E, come se non bastasse, è spuntata la “sovrapponibilità” tra gli elettorati dell’opposizione. Un pericolo letale per uno come il premier, che finora è stato capace di svolazzare tra mille contraddizioni solo in nome della più cinica delle formule: “Dopo di me il diluvio”. L’esito dei ballottaggi e la paura del referendum ci dicono invece che il dopo-Renzi è già cominciato. E in alto il sole brilla ancora.