Le donne del 2 giugno 1946? Erano in larga misura “figlie” del fascismo

Si è molto parlato, in occasione dell’ultimo 2 giugno, del ruolo delle donne, a cui, settant’anni fa, fu concesso, per la prima volta in Italia, il diritto di voto. Da lì in poi – è stato detto e scritto – una nuova fase si apriva per il mondo femminile, finalmente investito di responsabilità politiche , seppure ancora minoritario all’interno delle istituzioni (in sede di Costituente le donne elette furono appena 21 su 556 costituenti). Fu certamente un “passaggio” importante, ma non bastò evidentemente il voto per abbattere storiche barriere e ataviche esclusioni. Basti dire che solo nel 1953 le donne poterono essere chiamate a fare parte di una giuria popolare e che fu necessario attendere il 1963 per vederle entrare in magistratura. Solo negli Anni Settanta furono poi riformati gli articoli del codice civile che confliggevano con la parità dei coniugi, costituzionalmente sancita.

Chi erano le donne del 2 giugno 1946?

Parlando delle donne e del loro ruolo nella società italiana, bisogna allora correttamente evitare ogni facile retorica, guardando storicamente alle diverse fasi che hanno segnato i processi di assunzione di responsabilità del mondo femminile. A cominciare proprio da quelle giovani donne del 2 giugno 1946. Chi erano quelle donne? Da dove venivano? Quali esperienze avevano fatto fino ad allora? In occasione del settantesimo anniversario della prima partecipazione delle italiane al voto si è fatta molta retorica e cattiva informazione, con particolare riferimento al periodo precedente il 1946. In realtà le donne del giugno di settant’anni fa erano in larga misura “figlie” del fascismo, in quanto nel Ventennio erano cresciute, si erano formate, avevano iniziato a lavorare. C’è indubbiamente un’apparente contraddizione tra l’idea della donna “angelo del focolare”, propagandata durante il fascismo, e gli inviti alla “mobilitazione generale della Nazione”, che rappresenta uno degli elementi fondanti del fascismo stesso. In realtà si tratta di due facce della stessa medaglia. E così come c’è l’idea dell’ “uomo nuovo”, c’è anche quella della “donna nuova”, a rimarcare una presenza ed una volontà di protagonismo inusuali.
La materia è evidentemente ampia e complessa. Ma basta appena citare qualche nome e qualche numero per uscire fuori dalle vecchie logiche interpretative. Pensiamo a figure di intellettuali e giornaliste, quali Margherita Sarfatti, animatrice culturale e vicedirettrice di “Gerarchia” o Ada Negri (la prima donna a entrare nell’Accademia d’Italia); al ruolo formativo della stampa femminile; ai processi di alfabetizzazione che interessarono le donne (tra il 1929 e il 1939 vanno registrate 18mila laureate e 25mila diplomate in licei e istituti tecnici); al ruolo dello sport femminile, osteggiato dal Vaticano ed invece sostenuto dal Regime, con risultati – per l’epoca – clamorosi come la medaglia d’oro vinta da Ondina Valla ai Giochi olimpici di Berlino del 1936, prima donna italiana a raggiungere questo obiettivo; alla mobilitazione politica (nel 1940 le iscritte ai fasci di combattimento erano 3.118.000); alle norme per la tutela della maternità, con particolare riguardo alle donne lavoratrici; allo spazio che le donne ebbero in sostituzione degli uomini richiamati; alle giovani volontarie della Rsi, inquadrate militarmente, sotto il comando di una donna generale, Piera Gatteschi.
Le donne del giugno 1946 portarono evidentemente alle urne anche quei percorsi, personali e collettivi. Con tutte le contraddizioni e le “revisioni” del caso, provocate dalla drammaticità degli eventi e dalle diverse esperienze personali, tra attendismo, lotta partigiana, continuità fascista. Ma certamente serbando in cuor loro l’esperienza inusuale della mobilitazione di massa. Poi, quelle stesse donne proseguirono i loro diversi cammini cercando di dare concretezza alle aspettative che il diritto al voto aveva creato, ma che certamente non fu facile raggiungere.