Così Renzi e un ex-burocrate Ue vogliono farci pagare WhatsApp

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No, stavolta non è la solita bufala. Non è la solita catena che gira rimbalzando di account in account sulle chat. Questa volta è vero: il governo Renzi si appresta a farci pagare Whatsapp. L’idea gliel’ha suggerita in gran segreto un ex-burocrate di Bruxelles, l’ex-democristiano Antonio Preto paracadutato nel 2012, regnante Monti, (con solo 94 voti) sulla poltrona di commissario Agcom, l’Autority per le garanzie nelle Comunicazioni.
In qualità di relatore, l’ex-vicesegretario regionale dei giovani Dc veneti assurto all’Agcom, si schiera al fianco delle compagnie di telecomunicazioni sostenendo che dovrebbero, in qualche maniera, essere ripagate – come se non guadagnassero già abbastanza – per l’occupazione di banda dei dati che transitano sulle loro reti nel momento in cui gli utenti utilizzano applicazioni come Whatsapp, Viber, Messenger e Telegram per scambiare file, messaggi, telefonate, etc.
Un assist clamoroso alle compagnie telefoniche da parte del garante delle Comunicazioni. Che pretende una sorta di “pedaggio”. Nel caso specifico Preto ipotizza quello che viene giuridicamente definito un “obbligo a negoziare” da parte degli sviluppatori delle App verso le compagnie telefoniche sulla cui banda transitano i dati, siano esse foto, documenti, messaggini o, appunto, telefonate digitalizzate. Poco importa che la nascita di Whatsapp, Viber, Messenger e altre simili abbia consentito ai consumatori di ottenere tariffe migliorative da parte delle compagnie telefoniche. Che hanno, ovviamente, perso guadagni visto che invece di inviare sms o telefonare in maniera tradizionale a pagamento tramite i cellulari, milioni di utenti hanno iniziato a inviare messaggi o a telefonare gratuitamente sulle chat di Whatsapp, Viber, Messenger, etc. bypassando gli operatori telefonici, costretti a rivedere al ribasso i propri piani tariffari. Oggi, dopo la rivoluzione di Whatsapp o Viber qualsiasi operatore telefonico ha un piano tariffario che offre sms e telefonate gratuite illimitate sapendo che, comunque, gli utenti si telefonano o si mandano sms gratuitamente attraverso le App di messaggistica.
Dire che l’idea dell’ex-democristiano Preto non è stata ben accolta dalla rete e dai Social è dire poco. Già le compagnie telefoniche non godono di buona reputazione presso gli utenti. Immaginare che ora si debba pagare Whatsapp o Viber per ristorare gli operatori non è propriamente una di quelle ispirazioni che ti rende simpatico sul web. Anche perché nel documento riservato rivelato dal blogger Aldo Fontanarosa del quotidiano La Repubblica viene espressamente immaginato come sia il nuovo modello di business: le compagnie telefoniche incassano dai proprietari delle App. Ma i proprietari delle App, a loro volta, potranno prelevare dal credito telefonico degli utenti.
Dopo la rivelazione sul documento firmato da Preto l’imbarazzo si taglia a fette in Agcom. Le telefonate per avere conferma della faccenda vengono rimbalzate come patate roventi. Preto non replica e fa sapere dalla sua segreteria che non è intenzionato a commentare la questione. La segreteria rimanda all’ufficio stampa il quale, a sua volta, si trincera dietro un no comment nell’attesa di capire cosa poter dire e cosa no. Alla fine quello che emerge è che il documento era riservato e non doveva essere divulgato. Il fastidio per il fatto che la questione, delicatissima e imbarazzante, è diventata di dominio pubblico, è palpabile così come il rammarico di non poter smentire.