La lezione di Roma? Solo un centrodestra unito può vincere

Il dibattito sul futuro della Destra non può partire sulla base di una lettura scorretta del passato. Leggo molti interventi sul Secolo in cui si racconta che Francesco Storace avrebbe scientemente boicottato l’ascesa di Giorgia Meloni verso il ballottaggio a Roma.

Al di là del flop della candidatura di Alfio Marchini e del modesto risultato della Lista Storace, è importante – proprio per i nostri ragionamenti futuri -raccontare le esatte dinamiche che hanno portato al risultato romano. Se c’è stato qualcosa di scientifico è stata la volontà da parte di Fratelli d’Italia di chiudere la porta in faccia alla Lista Storace e ai cosiddetti “colonnelli di An”.

L’atteggiamento di Storace, al contrario, è stato fin troppo lineare e corretto. Dapprima ha richiesto a gran voce lo svolgimento delle primarie nel centrodestra, a cui lo stesso Marchini si era dichiarato disponibile. Ma in quel momento era in auge il tavolo a tre Berlusconi-Salvini-Meloni, compatto nel rifiutare l’utilizzo di questo strumento, anche limitatamente al complesso caso romano. Poi Silvio Berlusconi, con l’avallo di Salvini e Storace, ha offerto a Giorgia la candidatura unitaria del centrodestra, ottenendo solo un ostinato rifiuto. A questo punto Berlusconi lanciò l’improbabile candidatura di Bertolaso, subito rifiutata da Storace con la propria candidatura a Sindaco (raccogliendo anche crescenti consensi nei sondaggi).

Successivamente anche Salvini prende le distanze da Bertolaso e convoca delle “gazebarie” vinte da Alfio Marchini. Infine arriva la candidatura di Giorgia Meloni, che viene lanciata nel centrodestra come un guanto di sfida all’egemonia berlusconiana. Storace, nonostante tutto, si dichiara più volte disponibile a ritirare la sua candidatura per convergere sulla Meloni. La risposta del vertice di Fdi è stata un assoluto e beffardo silenzio: il nome stesso di Storace diventa per loro impronunciabile.

La storia si conclude con la scelta di Berlusconi a favore di Marchini, a cui la Lista Storace si accoda nella speranza di costruire una candidatura in grado di raccogliere voti trasversalmente. Al contrario Giorgia risulta nettamente vincente, per la sua naturale empatia con l’elettorato romano, un’ottima campagna elettorale (complimenti ai comunicatori di Fdi) e un marcato appoggio dei media di sinistra che puntano a bruciare Berlusconi e Marchini.

Risultato: le liste direttamente riconducibili alla Meloni passano come un treno sopra a Forza Italia (4,2%), alla Lista Storace (0,64%), ma anche alla lista del suo alleato Salvini (fermo al 2,6%, nonostante tre anni di sovraesposizione mediatica). Ma tutto questo non basta alla leader di Fdi per raggiungere il ballottaggio, perché mancano esattamente i voti di Forza Italia sommati a quelli della Lista Storace.

E’ giusto a questo punto parlare di boicottaggio nei confronti della Meloni? Forse nel caso di Forza Italia (anche se si è fatto di tutto per irritare Silvio Berlusconi), assolutamente no nel caso di Storace che era pienamente disponibile a schierarsi con Giorgia. Non è più serio sottolineare l’errore di insistere in quella chiusura settaria che segna tutta l’esperienza di Fratelli d’Italia? Non è riconducibile a questo atteggiamento di rifiuto di ogni apporto plurale il modestissimo risultato raccolto in tutta Italia da Fdi? Se si escludono i voti romani, l’unico partito di destra rimane fermo alle percentuali delle elezioni europee, con il caso limite di Napoli dove Fdi prende circa un terzo dei voti raccolti dalla Lista “Napoli Capitale” promossa da Azione Nazionale.

Le leadership e i grandi processi di aggregazione non si costruiscono mai sulla volontà di chiudere e di rompere, ma sulla capacità di raccogliere attorno alla propria forza dinamica tutte le energie e tutti gli apporti. Il futuro appartiene a un centrodestra in grado di rinnovarsi profondamente per affrontare le nuove sfide che attraversano l’Europa, rimanendo però unito e compatto per battere la Sinistra e il Movimento 5 Stelle.