Vite straordinarie/ Vladimir Putin, un rivoluzionario conservatore al Cremlino

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22 agosto 1991. In tutta la Russia viene ammainata la bandiera rossa con la falce e martello. Al suo posto s’innalza l’antica bandiera zarista, tre bande orizzontali di colore bianco, blu e rosso, i colori di Pietro il Grande e le tinte del panslavismo. Un mito potente per seppellire un cadavere ideologico. Quel giorno s’inabissa la rivoluzione d’ottobre, Lenin, Stalin e poi Gorbacev: tutto l’armamentario comunista — settant’anni di illusioni, crimini, miti, poesie e morti, tanti, troppi morti — finiscono in quell’agosto. Senza onore, senza tragedia. Senza alcun Pathos.

Un fallimento pieno. Ma, al di là della gioia popolare (ben giustificata) e della retorica dei media, l’ammaina bandiera apre una fase politica problematica, terribilmente intricata e molto pericolosa. L’improvvisa evaporazione dell’Unione Sovietica e il conseguente smantellamento dell’immensa struttura imperiale — una rete ferrea quanto scalcagnata che si estendeva da Berlino al Pacifico, con terminali in Africa, in Asia e nei Caraibi —  significa l’implosione di un sistema articolato, complesso e stratificato. All’improvviso, milioni di persone si ritrovano disoccupate, smarrite, confuse. Senza lavoro e senza stipendi. La soddisfazione cede presto il passo alla disperazione. Con la democrazia non si mangia.

A Mosca, per una serie d’incredibili coincidenze, comanda ora Boris Eltisin, un roccioso capopolo con il vizio dell’alcool. Non è uno statista e nemmeno un uomo di governo, ma per gli americani è l’unico interlocutore possibile. Sostenuto dagli occidentali, circondato da una corte di avidi parenti e callidi affaristi — i voraci “oligarchi”, un frutto malato del Pcus —  Boris assiste impotente all’arrembaggio dei beni pubblici e alla polverizzazione dello Stato: 10 milioni e mezzo di disoccupati, l’aspettativa di vita passata dai 65 anni del 1987 ai 58 del 1993, inflazione a cifre stratosferiche. Il colpo peggiore arriva dalla Cecenia, la turbolenta provincia meridionale a maggioranza islamica che nel 1994 insorge contro il potere centrale. Nel 1996, dopo due anni di duri combattimenti l’Armata rossa — demoralizzata e sfinita — è sconfitta e Eltsin deve riconoscere obtorto collo una sorta d’indipendenza ai ceceni. Ma il cedimento del gigante sfiancato alimenta le insorgenze delle altre repubbliche caucasiche, ormai in preda ad una deriva fondamentalista alimentata dai sauditi e appoggiata dagli statunitensi. Nel 1999, i separatisti ceceni invadono il vicino Daghestan e chiamano tutto il Caucaso alla jihad, la guerra santa. È il caos. Ma Mosca imprevidilmente reagisce con durezza e assoluta determinazione. L’insurrezione islamista è presto schiacciata e la Cecenia torna russa. Merito del nuovo primo ministro, uno sconosciuto ex colonnello di Pietroburgo. Si chiama Vladimir Putin.

 Vladimir Putin nel paese dei Soviet

I fuochi della Cecenia illuminano d’improvviso il nuovo protagonista della scena russa, ma la sua vicenda politica e personale è già molto intricata e a tratti romanzesca. La ricostruisce, con maestria e penna sicura, Gennaro Sangiuliano nella sua importante biografia dedicata a proprio a Putin, il nuovo “zar di tutte le Russie”. L’autore ci riporta alla Pietroburgo (allora Leningrado) dell’immediato dopoguerra, un immenso campo di macerie e rottami in cui nasce e cresce Volodja — il vezzeggiativo usato dalla mamma —, un bimbo non alto, gracile, biondiccio ma dotato di grande volontà e di un’intelligenza superiore. Putin è figlio della miseria e dell’orgoglio sovietico — due sentimenti forti ed intrecciati che hanno segnato in profondità le generazioni post-belliche — e al tempo stesso è parte della Russia eterna: il padre è un mutilato, eroe di guerra, convinto comunista mentre la madre prega le sacre icone ortodosse e, di segreto, battezza Volodja e lo avvicina poi ai grandi, immensi scrittori russi: Turganev, Gogol, Tolstoj, Puskin, Dostoevskij. Non è un caso che i piccoli burocrati della gioventù comunista — i “Balilla” sovietici — non si fidino del ragazzino e non li concedano l’ambita tessera, il lasciapassare per l’ascensore sociale. Volodja è troppo sveglio, troppo intelligente. Dunque pericoloso.

Sangiuliano racconta l’anomalo e straordinario percorso adolescenziale e giovanile del suo protagonista e descrive con precisisione le tante tappe: povertà, scuole, ribellioni, università, porte chiuse e voti alti, insofferenza e laurea a pieni voti. Poi la coptazione nel Kgb, ufficialmente il potente servizio segreto dell’Urss, in realtà l’unica vera élite di un regime asfittico e corrotto. Quando Putin viene scelto, i quadri del servizio da tempo hanno compreso e capito la profondità della crisi e nessuno — nemmeno Andropov, il gran capo di tutte le spie — si illude più sul futuro del regime e tutti iniziano a prepararsi al “dopo”.

Come spiega lo scrittore, entrare in quel tempo nel Kgb «significa accedere a uno stato all’interno dello Stato Sovietico, l’apparato più organizzato e coeso, una élite. Tuttavia, proprio nel servizio segreto, in maniera solo apparentemente inspiegabile, ci sono anche le maggiori consapevolezze del fallimento del sistema socialista e una fronda che afferma la necessità di aprirsi alle riforme e alla democrazia. Vladimir Putin è forgiato da questa esperienza, ne resterà impregnato per tutta la vita ma è anche l’ambito in cui matura una diversa sensibilità, aperture e conoscenze del mondo esterno, a cominciare dalla superiorità dell’economia di mercato».

Un piccolo ricordo personale. Qualche anno fa incontrai casualmente in Svizzera un simpatico signore partenopeo molto ben introdotto nelle questioni bancarie. Grazie ad amici importanti e qualche bella cena sul lago, entrai in confidenza con l’uomo che, sera dopo sera, mi confidò alcuni spezzoni del suo passato, tra cui una lunga permanenza nella defunta Urss dove aveva gestito, su indicazione della banca elvetica per cui lavorava e su ordine diretto di Andropov, parte dei fondi esteri del Kgb. Un lavoro ben fatto — ed evidentemente fruttuoso considerato il tenore di vita del personaggio — proseguito negli anni sino all’avvento di Putin. Con ironia tutta napoletana il mio commensale ripensava alla sua ventura: «sono l’unico iperliberlista che rimpiange il comunismo, quant’era bello il muro di Berlino, quant’era bravo anche Eltsin, quanti, quanti soldi. Poi è arrivato chillo là…».

Tornando al libro, Gennaro racconta con minuzia il percorso di Putin attraverso la dissoluzione dell’impero e lo sfaldamento dello Stato: il soggiorno nella Germania comunista, il ritorno amaro in patria, gli ulteriori studi all’università di Leningrado e poi la folgorante ascesa politica: vicesindaco dell’antica capitale, capo dell’amministrazione presidenziale a Mosca e poi al vertice dell’Fsb (il servizio post-Kgb) e infine la nomina a primo ministro di un traballante Eltsin e, il 7 maggio 2000, la presidenza della Federazione. Un lungo decennio in cui l’uomo — grazie alla sua intelligenza e ai suoi contatti con la fazione più dinamica dei servizi — immagina e perfeziona un progetto politico grandioso: il “rinascimento nazionale e tradizionale” della Russia.

All’indomani della sua nomina a premier, l’ex colonnello si ritrova un paese sull’orlo del collasso. Oltre ai terroristi ceceni e alle potenti mafie locali, Putin deve confrontarsi, in un quadro socio economico devastante, con lo strapotere degli “oligarchi”, le trame della famiglia Eltsin e il ribellismo dei vari boss regionali. Un’impresa impari. Eppure, l’uomo non indietreggia, non traccheggia. Decide ed agisce. Con determinazione e, quando serve, con spietatezza. In pochi anni la Russia si trasforma: l’economia torna a crescere, la povertà arretra significativamente e, per la prima volta, un ceto medio diffuso prende forma. Nel frattempo il clan Eltsin viene emarginato, le mafie sono sconfitte, il terrorismo islamico (a durissimo prezzo, si pensi alle stragi di Beslan e del teatro di Dubrovka) è schiacciato, i localismi azzerati e le immense risorse energetiche tornano sotto il controllo diretto dello Stato. Gli “oligarchi”, bruscamente liquidati, fuggono pieni di soldi e rancore in Gran Bretagna e in Israele. Chi, come Chodorkovskij, si attarda finisce in galera.

I numeri del successo sono chiari e netti. Come sottolinea l’autore «nel 1999, il 37 per cento era a livello di povertà, questa quota risulta del 15 per cento dieci anni dopo… i salari mediamente raddoppiano, la disoccupazione passa dal 10 al 7 per cento, le nascite sono aumentate del 40 per cento, i decessi diminuiti del 10, la mortalità infantile diminuita del 30 per cento, la durata della vita media aumentata di 5 anni e la grande piaga sociale dell’alcolismo è scesa del 60 per cento».

Sua Maestà la Russia

Ma la cifra, il cuore dell’esperienza putinana è nella visione politica e culturale del suo artefice, una sorta di “gollismo russo” capace di coniugare in una identità neo imperiale — il “rinascimento nazionale e tradizionale”, appunto — i tanti passati, le contrastanti memorie di storia nazionale grandiosa e tragica. Sangiuliano, profondo conoscitore di Prezzolini e Macchiavelli, indaga con attenzione il contesto, la prassi e la sostanza della “rivoluzione conservatrice” promossa dall’algido inquilino del Cremlino. Ecco allora il nastrino zarista di San Giorgio, l’inno sovietico con la vecchia musica e nuove parole, l’esaltazione della “grande guerra patriottica” 1941-45 e i monumenti (e i film) dedicati ai condottieri “bianchi” controrivoluzionari. Ai progressisti filo occidentali che storcevano il naso, Putin risponde «se pensiamo che i simboli delle epoche precedenti, inclusa l’era sovietica, non debbano essere usati, allora dovremmo ammettere che le esistenze dei nostri genitori siano state inutili e senza significato, che essi abbiano vissuto invano».

Un’opera di ricostruzione culturale e spirituale che passa attraverso la condanna netta degli orrori bolscevichi e la rivalutazione piena dell’Ortodossia, l’antica fede popolare mai intaccata dalle persecuzioni ateiste e sempre distante dalle derive moderniste cattoliche e protestanti. Una posizione forte e convinta: «nell’agosto 2001, Vladimir, in compagnia di tutta la famiglia, decide di dedicare una settimana a una “vacanza spirituale”, alla visita dei quatro luoghi simbolo del cristianesimo russo, situati tutti el grande Nord del paese. Comincia con il monastero delle isole Solovki, nel mar Bianco, luogo che assume anche un ulteriore e importante significato per chè in epoca stalinista era stato trasformato nel primo gulag sovieico; poi si reca al monastero Iverski, tra i fitti boschi, attorno al lago Valdai. Ad ogni tappa compie i riti del buon ortodosso: bacia in segno di devozione, le icone con le immagini della Vergine, partcipa alle messe, s’intrattiene con il clero». Pochi giorno dopo viene canonizzato l’ammiraglio zarista Fedor Usakov, il grande nemico dei turchi nelle guerre del Settecento. In una grandiosa cerimonia religiosa e patriottica, Putin ne esalta la figura «ideale per coniugare nazionalismo, identità religiosa e politica di contenimento dell’Islam». Una linea che perdura e si rafforza nel tempo, come conferma la convocazione nel 2014 al Cremlino del “Forum internazionale delle famiglie numerose”, un incontro di politici conservatori e rappresentanti di diverse chiese di 45 nazioni.

Non sorprende, quindi, l’appoggio convinto dei maggiori intellettuali russi. Per lo scrittore e filosofo Aleksandr Zinov’ev, Putin rappresenta «il primo serio tentativo della Russia di resistere all’americanizzazione e alla globalizzazione» e Aleksandr Solzenicyn, la più alta autorità morale dell’opposizione anticomunista, non ha mai celato il suo pieno appoggio alle politiche del presidente. Ai petulanti critici occidentali che lo tormentavano sul pluralismo il premio Nobel rispose secco: «quando dicono che da noi è minacciata la libertà di stampa, io manifesto tutto il mio dissenso». Punto e basta.

Su queste coordinate si è sviluppato il progetto geopolitico putiniano che tanto infastidisce il blocco anglo-americano e i suoi modesti terminali europei e levantini. Un disegno complesso in cui s’intersecano astuzie tattiche, mosse avventate, realismo e politiche di potenza. Una grande partita a scacchi in cui più volte nel corso Putin ha rischiato la sconfitta e la marginalità ed ogni volta (si veda il caso della Crimea e della Siria) ha saputo uscire più forte di prima, umiliando i suoi avversari.

Resta ad oggi aperto lo scottante dossier ucraino (obbligatoria a proposito la lettura del saggio di Eugenio di Rienzo “il Conflitto Russo-Ucraino”, Rubbettino editore) e la questione delle inutili sanzioni dell’Unione Europea, ma il quadro globale è in movimento e Mosca ha dimostrato di saper ben giocare le sue carte. Le sorprese non mancheranno. Di certo, l’uomo ha il merito storico d’aver bloccato l’espansione del fondamentalismo sunnita in Medio Oriente e, al tempo stesso, incrinato l’egemonia statunitense (ed è un bene per tutti) nel segno del multilateralismo, restituendo così al mondo quel “concerto della Nazioni”, immaginato da Metternich e Talleyrand a Vienna nel lontano 1815. In questo tempo di nani e bottegai non è cosa da poco.