Unioni civili nella vetrina di Renzi: legge d’elite, il divorzio fu “sociale”

Le unioni civili sono legge. E le trombe di Palazzo Chigi coprono la voce perfino degli interessati. La tappa non è storica né antistorica. È politica. Nel senso che la politica, con le sue dinamiche e le sue “botteghe”, ha sovrastato i diritti in nome dei quali la “legge Cirinnà” è stata varata: alla fine, appare soprattutto un trofeo nella vetrina di Renzi che lo mostra al popolo progressista.

Non è un traguardo storico, soprattutto per un’altra ragione. È una legge per minoranze, con diritti pretesi e oggi riconosciuti a nicchie della società, a “elites” avanzate; quindi non per il popolo, ma per sue porzioni minime: diritti da rispettare, ma non da enfatizzare e strumentalizzare, come è stato largamente fatto dal presidente del Consiglio e dal suo partito.

“Cirinnà” sulle unioni civili è per pochi, la legge sul divorzio fu nazionalpopolare

In realtà, le unioni civili hanno poco a che vedere con una legge “sociale” quale fu quella approvata sul divorzio che spaccò l’Italia in due; allora, la totalità degli elettori era interessata a una normativa che, a ragione o torto, venne accolta come conquista potenzialmente per tutti, nessuno escluso. Ne potevano “fruire” – e ne hanno fruito in tutto questo tempo – credenti e non, cattolici e laici, conservatori e innovatori; a tutti, italiani di destra, di centro e di sinistra, quella legge, approvata oltre 40 anni fa, attribuì un allargamento della sfera dei diritti: anche quello doloroso – che in alcuni casi la vita, col suo senso “tragico”, rende necessità o financo vero e proprio dovere – di sciogliere il proprio matrimonio, di mettere fine a un legame che da un’unione d’amore ridotto a un “ergastolo”. Fu questo carattere “nazionalpopolare” del divorzio, così vicino al cuore e ai problemi della gente comune, che nel referendum del 1974 fece vincere il “no” all’abrogazione e la permanenza della nuova disciplina che cancellava dall’ordinamento dello Stato l’indissolubilità del vincolo matrimoniale: ecco perché tante famiglie cattoliche, trovarono nella cabina elettorale il coraggio di superare le remore derivanti dall’appartenenza alla Chiesa e disobbedire alle gerarchie ecclesiastiche, nonostante queste fossero scese in campo apertamente, in tutt’uno con la Democrazia Cristiana di Fanfani (la destra, dopo acceso dibattito interno, si accodò, secondo molti sbagliando) a perorare le ragioni del “tornare indietro” all’impossibilità di “divorziare” se non “in nome di Dio”, attraverso l’annullamento riservato ai tribunali ecclesiastici.
La “legge Cirinnà” è altro, è una legge per pochi: le coppie gay che vivono l’unione come simil-matrimonio e i non molti “etero” che vogliono solo un quasi-matrimonio. Va detto, non per sminuirne il significato – perché anche dal rispetto delle minoranze si giudica una democrazia e la sua qualità – ma per avere chiara la portata del suo impatto sociale e per liberare il campo dalle ipocrisie.

Il nome della cosa: simil-matrimonio verso stepchild adoption e utero in affitto

Questa è una legge-maschera, perché cerca di celare, in verità molto male, un volto abbastanza scoperto: quello della volontà di giungere quanto prima al diritto di adottare il figlio del partner, la stepchild adoption, magari nella speranza, ben fondata, che le sentenze della magistratura – ha ragione il ministro della Famiglia – forzino molto presto il Parlamento a ratificarle con una norma che ne prenda atto. Il che rende tutto molto più chiaro: le unioni civili come simil-matrimonio con figli “prodotti” fuori da esso, affittando da qualche parte, un utero di donna e pagando l’affitto, con somme che sono nella disponibilità solo di persone ad alto reddito. Questo è il nome della “cosa”. Il “caso Vendola” – al di là del privato da guardare senza asprezze – è un esempio di un’idea che si fa vissuto, prassi visibile e “pubblica”: fa capire qual è il retropensiero delle unioni civili, la meta finale, oltre il primo step “moderato” di cui oggi si veste.
Avrà ragione lui che “le leggi non tradiscono ciò che è un popolo, ma ciò che ad esso appare estraneo, inusitato, mostruoso, esotico. Le leggi si riferiscono alle eccezioni dell’eticità dei costumi” (F.Nietzsche, la Gaia Scienza, Adelphi) ? E, sarà meglio seguire il “consiglio” di Cervantes, via Borges (Finzioni), che “se la sbrighi ciascuno col suo peccato” e che “non è bene che gli uomini onesti siano carnefici degli altri uomini, quando non abbiano interesse nella faccenda” ?

Rifiuto di “celebrare” e referendum, errori da evitare

L'”interesse nella faccenda”, però in questo caso c’è, è politico. Dopo tante cose “berlusconiane, “di destra”, finalmente il premier ha da buttare in pasto al popolo qualcosa di sinistra-sinistra. Riequilibra le sue “caudillate”, le foto con Marchionne, il Jobs Act, ora pure la “riforma Boschi”, presa a rasoiate da Zagrebelsky e da due terzi dell'”intellighentia” progress. E, ancor più, i risultati sui fondamentali dell’economia – crescita e occupazione in testa – che non arrivano, nonostante i funambolismi di Padoan e gli sconti concessi da Bruxelles.
Con la “Cirinnà” non si mangia e il popolo ha fame; Renzi ha scelto questo diversivo, che pure un costo ce l’ha (leggasi reversibilità riconosciuta alle unioni, anche omosessuali) a fini politici: basterebbe questo, oltre la “morale” e comunque la si pensi sulle unioni civili, per legittimare l’opposizione alla legge, da parte del centrodestra e, più marcatamente, della destra in Parlamento. Che hanno il diritto-dovere di dare rappresentanza a sentimenti, idee e convinzioni largamente presenti nel loro elettorato. Ma certo, una volta approvata la legge, non chiedendo ai loro sindaci di fare gli obiettori di coscienza rifiutandosi di “celebrare” le unioni civili. Sotto questo profilo, ha fatto bene Giorgia Meloni – Fdi ha votato contro la “Cirinnà – ad affermare che, se fosse eletta sindaco di Roma, adempirebbe regolarmente il suo dovere istituzionale di costituzione delle unioni civili, al contrario dei primi cittadini del Carroccio e dello stesso Alfio Marchini (se eletto), che hanno dichiarato di opporre un rifiuto.
E pensare di raccogliere le firme per indire un referendum abrogativo della legge appena promulgata, sarebbe un errore politico. Intanto perché si correrebbe il rischio molto alto di fornire un’ulteriore arma di distrazione al Renzi, impegnato nel difficile esercizio di dribblare le difficoltà che vanno accatastandosi sul cammino del governo e del Pd. Inoltre, perché, essendo la sinistra unita dal “minimo sindacale” offerto dalla “Cirinnà” sul contenuto della quale concorda anche il M5S, il centrodestra – che invece sul tema presenta divisioni e posizioni diverse, quando non apertamente favorevoli alla legge – finirebbe per perdere la partita: sarebbe un regalo al premier e una sconfitta politica per l’opposizione di centrodestra. Infine, ci sono altre conseguenze da annotare.
La prima è che perdere il referendum significa incoraggiare i settori più radicali della sinistra e del Pd a spingersi più in là e a imporre, in ragione del risultato, l’introduzione immediata della stepchild adoption, e forse anche, l’allineamento , in qualche modo, ai paesi dove è lecito l’utero in affitto, magari in forme attenuate o diversificate. La seconda è che la percezione diffusa sarebbe quella di un tentativo di privare una categoria di un diritto già riconosciuto o, peggio, in caso di eventuale abrogazione, di disparità tra la quasi totalità dei cittadini e pochi privilegiati che godrebbero della legge nel periodo di sua efficacia.

Non perdere gli elettori laici, aiutare la famiglia tradizionale

Infine, effetto più sofisticato è il rischio di fare pitturare il centrodestra e la destra di costumi folcloristici: moralisteggianti, bigotti.
E così scippare alla “rive droit”, le aree più laiche le quali preferiscono che sui temi etici ci sia il ritiro della politica e libertà di coscienza da parte degli elettori se chiamati a esprimersi; rubarle segmenti sociali che hanno una coscienza non apocalittica dei fenomeni sociali e morali, a differenza di movimenti come quello guidato da Gandolfini.
La strada per l’opposizione di destra è se mai un’altra, “positiva” e per vie interne in favore della famiglia tradizionale, sulla quale costruire una strategia più a lungo termine e alleanze sociali larghe, ma con uno start immediato già ora, subito dopo la pubblicazione della “Cirinnà”. Ad esempio, quintuplicando almeno – non semplicemente raddoppiando, come pensa di fare il ministro della Salute – l’assegno di maternità; inserendo elementi concreti di quoziente familiare, cioè di tassazione rapportata agli occupati in un nucleo familiare; favorendo l’accesso anche economico agli asili-nido (il governo aveva promesso di costruirne mille in tre anni, ma è inadempiente); garantendo flessibilità, ma senza riduzioni salariali, ai genitori-lavoratori.
La lezione è, comunque, comprendere che non “troveremo mai il senso di una cosa…se non sappiamo quale sia la forza che se ne appropria, che la governa, che se ne impadronisce o che in essa si esprime” (Deleuze): sforzo necessario, per guardare un po’ più lontano e altrove, rispetto a ciò che l’avversario vuole costringerti a vedere.