Il trappolone di Bersani: “Se vince il No, Renzi non deve dimettersi”

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A sentir Pierluigi Bersani parlare e a guardare l’espressione dei suoi occhi quando si rivolge a Renzi, non sembra esserci aria di quella tregua pre-elettorale chiesta dal premier. Per schierarsi col fronte del sì l’ex leader Pd pone una sfilza di condizioni, in primis che si confermi l’elezione e non la nomina dei senatori. Poi pretende che non si parli di espulsioni dalle liste elettorali di chi voterà no in dissenso dalla “ditta” e alza la voce quando lo dice. Un comitato del sì a suo nome lo farà Bersani? «Adesso concentriamoci sulle amministrative. Il mio giudizio su questa riforma è che nella somma tra pregi e difetti è comunque un passo avanti, purché ci sia la legge elettorale per i senatori e mettendo a verbale che c’è un problemone che si chiama Italicum. Quella legge va rivista e appena si dovesse riaprire la questione io dirò che serve il doppio turno di collegio, se vogliamo fare una cosa seria, altrimenti la questione è pericolosa sotto il profilo democratico», spiega a “Il Secolo XIX“.

Pierluigi Bersani non sarà in piazza a celebrare il referendum day.

Ma al referendum dirà sì? «Voto sì se non si cambiano le carte in tavola. Non voglio che si usi la Costituzione per dividere un paese, per affermare supremazie personali o nuovi percorsi politici o per selezionare classi dirigenti. Quindi chiedo a Renzi di rispondere alla seguente domanda: se un insegnante, operaio o costituzio nalista, intende votare o lavorare per il no è un gufo, un disfattista, va buttato fuori dal Pd, non può candidarsi nel Pd? Deve rispondere, se no io mi ritengo libero».

Bersani: “Diamo in mano la Costituzione al primo governo che passa? “

Se lei fosse segretario accetterebbe che qualcuno facesse comitati contro la riforma del Pd? «Illustrerei l’indicazione del partito, mi aspetterei che non ci fosse un impegno organizzativo di un dirigente Pd nei comitati per il no, direi che ovviamente c’è libertà, ricorderei che la Costituzione è il campo delle regole di tutti. Invece di discutere di riforma del Senato qui si discute di come dividere l’Italia e far prevalere gli arcangeli sui gufi». Lei rigetta la personalizzazione. Se Renzi perdesse il referendum non si dovrebbe dimettere? «Assolutamente no, trovo improprio che ci sia questo legame tra governo e Costituzione. Ma che precedenti stiamo costruendo? Diamo in mano la Costituzione al primo governo che passa? Finché ci siamo noi che siamo bravi e democratici bene, ma attenzione, guardiamo come è messa l’Europa. E chi è democratico tenga conto che ogni cosa che fa può essere un precedente. E ne stiamo accumulando troppi. Diciamolo chiaro ancora una volta: un voto sulla Costituzione non può essere ne un referendum sul governo ne il laboratorio di un nuovo partito».