Thyssen, dopo il verdetto della Cassazione si aprono le porte del carcere

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Il caso Thyssen agli sgoccioli: la procura generale di Torino ha emesso gli ordini di carcerazione per i quattro italiani condannati per il tragico rogo di Torino del 2007. Alcuni di loro, secondo quanto si apprende, si sono già presentati alle forze dell’ordine per la notifica del provvedimento e il successivo ingresso in carcere. Per i due imputati tedeschi, invece, sembra si seguirà una procedura differente.

Thyssen, dopo il verdetto, si aprono le porte del carcere

E allora, si sono presentati in questura a Terni, poco dopo le 9.30 del mattino di sabato, due dei quattro condannati italiani nel processo per il rogo della Thyssenkrupp di Torino. Si tratta di Marco Pucci e di Daniele Moroni, due ex dirigenti dell’Ast, condannati a sei anni e tre mesi il primo, e a sette anni e sei mesi, il secondo. Al termine delle formalità di rito, gli imputati condannati sono stati condotti nel carcere ternano di vocabolo Sabbione. Mentre Cosimo Cafueri – che nella Thyssen era il responsabile servizio previsione rischi – condannato a 6 anni e 8 mesi per la morte dei 7 operai deceduti nel rogo dello stabilimento di Torino, si è presentato dai carabinieri della stazione di Castiglione Torinese dopo che venerdì sera la Corte di Cassazione ha reso definitiva la sua condanna. Dopo le formalità di rito, anche per Cafueri si sono aperte le porte della cella: l’uomo è stato infatti trasferito nel carcere torinese.

Thyssen, «prendiamo atto della sentenza, non accadrà mai più»

E subito dopo il  verdetto della Cassazione, poi, l’azienda attraverso una nota ha tenuto a precisare che non può non prendere atto «con rispetto del dispositivo della sentenza», ricordando come «i tribunali italiani – ha sostenuto ancora TK – hanno dovuto affrontare il difficile compito di valutare penalmente il tragico incidente di Torino e le sue terribili conseguenze per i nostri collaboratori e i loro familiari. Esprimiamo nuovamente – prosegue quindi la nota della Thyssen – il nostro cordoglio alle vittime e alle loro famiglie. Thyssenkrupp è profondamente addolorata che in uno dei suoi stabilimenti si sia verificato un incidente così tragico. Faremo il possibile affinché tale disgrazia non accada mai più».

Thyssen, la sentenza della Cassazione

“È una vittoria per tutti i morti sul lavoro, non solo per i nostri figli”: così le mamme, le sorelle e le mogli dei sette operai morti a causa del rogo dello stabilimento Thyssen di Torino hanno accolto il verdetto della Cassazione, abbracciandosi, piangendo, telefonando anche ai familiari delle vittime dell’Eternit. Con una camera di consiglio abbastanza veloce, i giudici della IV Sezione penale della Cassazione presieduti da Fausto Izzo, hanno respinto i ricorsi dei sei imputati del processo Thyssen tra i quali l’ex amministratore delegato – ed hanno respinto anche la richiesta della Procura della Suprema Corte di riaprire un appello “ter” per un eventuale ricalcolo delle pene. La decisione della Suprema Corte conferma le conclusioni sanzionatorie stabilite dalla Corte d’Appello di Torino il 29 maggio 2015 al termine dell’appello bis, che aveva un po’ limato le condanne su indicazione della Cassazione. Nel 2013, infatti, le Sezioni unite avevano escluso il reato della mancata installazione dell’impianto di autospegnimento in caso di incendio dal momento che, a loro avviso, non avrebbe potuto impedire il tragico incendio. Adesso sono quindi definitive le condanne a 9 anni e 8 mesi di reclusione per Harald Espen Hahn, a 6 anni e 3 mesi per Marco Pucci e Gerald Priegnitz, a 7 anni e 6 mesi per Daniele Moroni, unico imputato presente in aula, a 7 anni e 2 mesi per Raffaele Salerno, a 6 anni e 8 mesi per Cosimo Cafueri. Ora, mentre per i quattro imputati italiani si aprono le porte del in carcere, per i due tedeschi sarà necessario un mandato di cattura europeo, ma non è escluso che in Germania si apra la strada per un rilevante ridimensionamento delle loro condanne. «In Germania il tetto edittale massimo per l’omicidio colposo plurimo è di cinque anni», ha spiegato l’avvocato Ezio Audisio, difensore di Harald Espen Hahn e Gerald Priegnitz. Per effetto di una convenzione tra Italia e Germania, che attua una direttiva quadro comunitaria, è possibile che i tedeschi scontino la pena nel loro paese in base alle loro norme, dopo un procedimento davanti alla Corte federale.